SAVELLI, 20 GIUGNO 2025
Vigilia d’estate per tutti, vigilia di compleanno per chi, come me, certe ricorrenze le vive in modi non sempre convenzionali.
Dopo molti anni, mi ritrovo a trascorrere questo giorno nel mio paese natio. Non so se è uno scherzo del destino o, più semplicemente, una piacevole e malinconica coincidenza. Ma tanto è.
In un gioco di intrecci contrastanti, il sapore che questo “sabato del villaggio” assume si interseca, inesorabilmente, con quel paese (oggi molto meno mio) che mi ritrovo a vivere, nonostante lo scorrere degli anni, questa sera.
È un sapore diverso da un tempo, diverso da “allora”. E così, mentre tutto sembra infinitamente uguale a tanti anni fa, tutto risulta, invece, così maledettamente lontano e distante. Come se non ci fosse mai stato, se non dentro quell’angolino impolverato del mio cuore e della mia mente.
Non sono solo i lustri che passano, ma i luoghi, i rumori ed i silenzi che raccontano altro. Li rivivo, implacabilmente, in un viaggio del tempo che, pur affascinante, si rivela ben presto nostalgico e stringente.
La strada che mi accompagna da casa in piazza è sempre la stessa. Potrei percorrerla bendato per quanto ne so pregi ed insidie.
La conosco a memoria per averla battuta milioni di volte, ridendo e piangendo, gioioso ed affranto, voglioso e spento, serio ed alticcio, imbronciato e festoso, deluso o voglioso di spaccare il mondo.
È quello che si sente e che si vede, tutto attorno, che è profondamente diverso.
Perché io sono invecchiato, ma non solo. Perché adesso si sentono sul mio fisico i segni del tempo, ma non solo.
Lungo il tragitto, dove un tempo si udivano centinaia di bambini festanti, c’è il vuoto.
Il silenzio più puro, quello più cupo, quello che incute timore, quello che anestetizza speranza e futuro.
Non ci sono più luci accese dentro quelle case oramai diroccate. Si sono spente nel tempo, si sono spente per sempre.
E il pensiero va alle persone che quelle case le hanno abitate, agli affetti più cari, agli amici partiti, a quelli perduti, alle conoscenze oramai dimenticate.
Il cuore torna di nuovo a riempirsi; la mente lo accompagna, quasi con gioia. Ma sono solo frammenti. Di vita vissuta, di vita che non c’è più. E il tepore rassicurante del ricordo dura giusto un attimo.
Poi, quando arrivo in piazza, la realtà di oggi mi presenta il conto.
Dov’è andata tutta quella gente?
Che fine ha fatto tutto quel frastuono?
Dove sono, adesso, tutti quei giovanotti ardenti e focosi?
In quale scantinato sarà finito quel jukebox che impreziosiva di musica i momenti migliori?
Dove è finito il chiasso rassicurante di quelli che giocavano a carte?
Dove sarà nascosto quel biliardino che raccoglieva intorno a sé generazioni intere?
Passa un quad, guidato da un giovane, uno dei pochi rimasti, l’unico che scorgo, al momento, in questa serata di profonda riflessione.
Sembra un qualcosa che possa riaccendere una flebile fiammella, quella della speranza.
Ben presto, però, tutto ritorna ad essere una scomoda illusione.
Alcuni bar sono chiusi, i locali sono quasi tutti vuoti. È forse proprio questo il segno più eloquente di un tempo sin troppo lontano.
Che fine hanno fatto quegli splendidi ed affollati luoghi di aggregazione?
Lì dentro, quelli come me, ci sono cresciuti, imparando le regole di ingaggio, affacciandosi alla vita, apprendendo le regole della sana socialità.
Ora, sono gioco forza, luoghi meno frequentati. Cercano di preservare il possibile; a fatica, ci riescono, ma chissà ancora per quanto.
Anche la Jesulella è una lontana parente di quel che è stato. Il bar è aperto, qualche persona si vede, qualche gruppetto “anima” i dintorni di una piazza che però è abituata a ben altro.
È proprio lì, di fronte alla scalinata della Chiesa che raccolgo le idee e scrivo, tutto d’un fiato, perché sono certe emozioni che narrano, senza bisogno di pensare a forme o punteggiature.
Intanto l’ora inizia a farsi tarda; ci sarebbe da andare verso quei pochi luoghi notturni che preservano ancora una gioventù ridotta al lumicino, comunque presente.
Ma non fa più per me. Stavolta il tempo chiede il conto, non c’è nulla che si possa fare. È ora di ritornare a casa, ben prima di poter pensare di affrontare una notte savellese che potrebbe essere comunque rigenerante.
Prima, eccolo, però, l’intoppo che mi racconta che il corso del destino si può ancora invertire. È il momento di una bella chiacchierata, quella che andavo cercando da tutta la sera.
Ed è una chiacchierata bella e serena; dentro c’è finalmente la fiducia, quella di un futuro da non considerare comunque segnato, quella di auspici e progetti che vale la pena continuare a tenere sempre accesi.
Altrimenti, che senso avrebbe poi questo sentimento viscerale che, nonostante tutto, ci lega a questo luogo?
Trattasi forse di utopia, vero. Ma è la stessa che animava momenti trascorsi. Oggi la rivedo in chi, con occhi da giovane, ci crede davvero, ci crede ancora.
Un po’ come me, qualche anno fa, un po’ come me tanti anni fa.
Il pensiero che mi accompagna, prima di dormire, è che fino a quando anche solo un piccolo spiraglio resterà aperto, varrà pur sempre la pena fare di tutto per preservarlo.
In fondo, basterebbe un attimo perché anche la più debole fiamma possa trasformarsi in fuoco, vivo, inaspettato, inatteso, comunque capace di ridestare quello che oggi è così spento e rassegnato.
È l’augurio più grande che faccio a questi luoghi, lo stesso desiderio che condivido con i miei interlocutori, pur rispedendo al mittente le loro proposte (gratificanti ma oramai passate), pur dovendo essere rispetto a loro solo nostalgico spettatore.
Anche a riguardo, infatti, il tempo ha fatto il suo corso, sono cambiate immutabilmente troppe condizioni.
Resta invece vivo l’auspicio che dà linfa a certe convinzioni, specie quelle del mio interlocutore. Nonostante tutto, è proprio questo il viatico migliore per il futuro.
Perché, in fondo, anche in mezzo alla tempesta, subito dopo la tempesta, sarà comunque destinato a risplendere il sole…
