FRANCESCO, IL PAPA DEGLI ULTIMI
“Carissimi fratelli e sorelle, con profondo dolore devo annunciare la morte di nostro Santo Padre Francesco. Alle ore 7:35 di questa mattina il Vescovo di Roma, Francesco, è tornato alla casa del Padre. La sua vita tutta intera è stata dedicata al servizio del Signore e della Sua chiesa. Ci ha insegnato a vivere i valori del Vangelo con fedeltà, coraggio ed amore universale, in modo particolare a favore dei più poveri e emarginati. Con immensa gratitudine per il suo esempio di vero discepolo del Signore Gesù, raccomandiamo l’anima di Papa Francesco all’infinito amore misericordioso di Dio Uno e Trino.”
Con queste parole, il Cardinale Farrell ha annunciato la morte di Papa Francesco, avvenuta alle 7:35 di un lunedì dell’Angelo che si consegna indelebilmente alla storia.
Il tramonto di Francesco, avviene dopo 88 anni di vita terrena, dodici di pontificato.
La sua morte porta con sé la sensazione di qualcosa di irreversibile, in linea con quella “rivoluzione della tenerezza” compiuta da un prete di strada, figlio di emigrati piemontesi, cresciuto nel barrio Flores di Buenos Aires, quartiere di italiani dove in molti ricordano di averlo visto giocare a pallone con gli altri ragazzini.
Il Cardinale di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, viene eletto Papa il 13 marzo 2013 nel conclave riunitosi in seguito alla rinuncia di Benedetto XVI avvenuta il 28 febbraio dello stesso anno.
Primo Papa Gesuita, il suo è senza dubbio un magistero intenso, ricco di momenti religiosi e simbolici forti, per certi versi estremi, che hanno segnato più di un decennio caratterizzato da altrettanti lampi di accadimenti rispetto ai quali Francesco si è posto sempre e comunque quale protagonista autentico.
Nelle riunioni dei cardinali che precedono il conclave della sua elezione a Pontefice, l’intervento del gesuita argentino già contiene il programma del suo pontificato: “la Chiesa è chiamata a uscire da sé stessa e ad andare verso le periferie, non solo geografiche ma anche esistenziali”, dice.
Una Chiesa aperta, all’innovazione, agli ultimi, ai bisognosi, a tutti quelli che soffrono, anche a costo di andare oltre gli schemi di un clero conservatore, spesso arroccato a preservare i tratti di una identità talvolta bigotta che sfocia in un fanatismo lontano anni luce da un mondo che cambia.
Una rivoluzione iniziata fin da subito e proseguita, inesorabilmente, dopo, fino ai suoi ultimi giorni di vita.
Già all’inizio c’è tutto. I confratelli cardinali, nella Sistina, sanno bene infatti chi stanno votando dal momento della sua elezione: un cardinale che a Buenos Aires raggiungeva in bus i sobborghi della villas miserias, senza che le famiglie di baraccati talvolta potessero immaginare che quel prete fosse l’arcivescovo.
Accetta l’elezione come un “peccatore che confida nella misericordia di Dio” e lascia il Mondo intero senza fiato, fin dall’inizio, quando dice: “Vocabor Franciscus” mi chiamerò Francesco.
Mai nessun Pontefice aveva scelto prima il nome del santo di Assisi.
La sua è una scelta che esprime il profondo desiderio di non volersi e doversi dimenticare dei poveri e degli ultimi anche e soprattutto dopo essere divenuto il Vescovo di Roma: “ho pensato subito a Francesco d’Assisi. Poi ho pensato alle guerre, e Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore… Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”.
Così come altrettanto forti e profonde sono le sue parole da Papa: “sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui».
Non era una battuta, è l’idea che fonda il suo insegnamento, quello che lui stesso ha definito un viaggio simile a quello intrapreso nel mondo antico da Magellano, “perché la realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro”.
Così, proprio quel sacerdote arrivato dalla periferia del Mondo, finisce per rovesciare tutte le prospettive, a cominciare dalla stessa figura papale.
Resta a vivere nella camera dell’albergo vaticano che ospitava gli elettori e così cancella l’immagine da corte imperiale, con pochi eletti ammessi all’Appartamento apostolico che gli pare “un imbuto rovesciato”.
Dopo una delle prime notti, all’alba vede una giovane guardia svizzera fuori dalla porta: “sei stato in piedi tutta la notte, figlio?” Lo fa sedere e gli offre la colazione.
Allergico al “si è sempre fatto così” è oggettivamente il Papa che fa cadere i muri: va di persona nei negozi a cambiare occhiali o scarpe, si porta da sé il bagaglio a mano, si stupisce dello stupore, è, in altri termini, un Papa normale.
Poi ci sono i viaggi, il cuore pulsante del suo pontificato.
Le grandi sfide una parte: il dialogo con la Cina, l’amicizia con l’Islam, il viaggio in Iraq nel 2021 (primo Papa nella terra di Abramo), l’incontro con il grande ayatollah Ali Al-Sistani, leader sciita, l’avvicinamento col mondo ortodosso e il primo, storico incontro con il patriarca di Mosca (febbraio 2016).
E le periferie, dall’altra. Francesco dà voce e visibilità agli ultimi della Terra, agli scartati, con un abbaglio di luce che si accende d’improvviso sull’esistenza di popoli e genti che non interessano a nessuno e si perdono nell’inesorabile indifferenza della globalità.
Ed eccolo, in Bangladesh, mentre chiede “scusa” a nome di tutto il mondo ai Rohingya, alla donna musulmana che gli diceva piangendo: “Vorrei mostrare il mio dolore al capo dei cristiani”.
O tra i Mapuche e gli indios dell’Amazzonia: “Dobbiamo lasciare da parte la logica di credere che ci siano culture superiori o inferiori”.
Il primo viaggio lo compie a sorpresa tra i migranti a Lampedusa, al centro del Mediterraneo divenuto “un grande cimitero” per denunciare la “globalizzazione dell’indifferenza” e “i troppi muri” destinati a crollare, come ripeterà a Lesbo, Cipro, Malta, perché “i ponti sono sempre soluzioni, i muri mai”.
Nelle sue encicliche così come nella sua opera quotidiana egli tratta i temi più disparati ed attuali: la devastazione dell’ambiente, l’iniquità dell’economia e la “cultura dello scarto” a danno degli ultimi, la tragedia delle migrazioni, la “terza guerra mondiale combattuta a pezzi” la considerazione del mondo gay, le mille contraddizioni della Chiesa intesa come apparato interno ed esterno alle mura del Vaticano.
E, poi, nel suo viaggio alla guida dei cristiani ci sono le riforme “strutturali”, avviate o compiute, in tutto o in parte: dalle finanze vaticane, alla Curia romana, all’impulso al decentramento della Chiesa che si riflette nella centralità del Sinodo dei vescovi mondiali sulle questioni più delicate, alla nomina di un Consiglio del Papa composto da un gruppo di cardinali da tutti continenti, alle nomine cardinalizie che premiano piccole realtà periferiche a scapito delle sedi storiche, ad un conclave sempre meno eurocentrico e occidentale e sempre più rappresentativo del Sud del mondo.
Egli è inoltre il Papa al tempo della pandemia, in un’epoca in cui il Covid attanaglia il mondo intero, lui per primo è il cristiano che, da solo, si fa carico delle sofferenze dell’Umanità, per il tramite di uno dei momenti di preghiera più toccanti di sempre, in una Piazza San Pietro desolata e vuota che rappresenta la paura dell’uomo dinnanzi al pericolo ed allo sconosciuto.
Ma l’aspetto centrale del suo magistero resta il ritorno all’essenziale del cristianesimo, a quello delle “beatitudini”, all’atteggiamento che nel giorno del Giudizio distinguerà i giusti dai dannati: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Tutto questo senza cedere nulla sulle prerogative tipiche del Papa: prosegue, infatti, la “tolleranza zero” di Ratzinger sulla pedofilia e arriva a togliere la porpora all’ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick (l’unico precedente risaliva al 1927), così come toglie “le prerogative del cardinalato” al cardinale Angelo Becciu perché sia processato per lo scandalo degli investimenti finanziari della Segreteria di Stato.
Di nemici ne ha tanti, soprattutto nella destra cattolica degli Stati Uniti e nelle frange più reazionarie che cercano di contrapporlo a Benedetto XVI, ma Francesco liquida tutto e non replica: “Con le persone che cercano solo divisione e scandalo, l’unica risposta è il silenzio di Gesù. Con Satana non si dialoga”.
Quegli stessi nemici animano anche adesso il dibattito sul suo operato. Sul quale però il giudizio è oggettivo, inconfutabile e universale; così tremendamente tale da dover necessariamente rappresentare il punto di partenza per la Chiesa che verrà.
Dietro la semplicità apparente, i riferimenti di Francesco sono stati infatti sottili, nascosti e per questo complessi da analizzare compiutamente.
Ci lascia un Papa che ha sicuramente fatto avvicinare la Chiesa agli ultimi, mettendo, forse per la prima volta, i più bisognosi al centro.
Il suo è un messaggio di pace che acquista ancora più valore in un mondo che oggi, soprattutto, conosce molteplici scenari di conflitto, non solo politici e territoriali.
La sua è un’eredità pesante che dovranno raccogliere un po’ tutti: i grandi del mondo, al di là dei rituali messaggi di commiato di questi momenti, i ministri della Chiesa che dovranno scegliere il suo successore senza fare passi indietro, ma anche tutti i cristiani chiamati a raccogliere i suoi insegnamenti ed a farne tesoro, nella vita di tutti i giorni, ben oltre quanto tramandato dalle scritture e dalla dottrina.
Per non dimenticare Francesco, il Papa gesuita, garante degli ultimi…
