SAVELLI – IL VOLO

Qualche giorno fa ho avuto modo di “contemplare” uno splendido video su Savelli, gentilmente condiviso, su Facebook, da un giovane compaesano con la passione, autentica, per il “volo” e per tutto ciò che è possibile raccontare viaggiando idealmente “a bordo” del suo drone.

Ringrazio Giuseppe per l’ennesima perla, solo l’ultima in ordine di tempo, capace di raccontarci e di raccontarmi la visione di un paese che, visto dall’alto, appare ancora più in grado di esprimere la sua essenza più vera e degna di essere ammirata.

Quella stessa “sostanza” che si traduce nell’intrinseco ed intramontabile legame con le nostre origini, con le mie origini.

Sarà perché oramai la vecchiaia incombe ed il sapore nostalgico di certe visioni non mi lascia per nulla indifferente, o sarà che in questo tempo di restrizioni sto facendo poco, quasi per nulla, ritorno alla terra natia, ma il viaggio di Giuseppe in una Savelli splendidamente avvolta dalla candida magia della neve ha di corpo riacceso il mio personale senso di appartenenza.

Trasportandolo in una dimensione quasi metafisica, in cui emozione e commozione si sono improvvisamente fatte strada, simultaneamente, di colpo e quasi di incanto.

Le riprese aeree dei luoghi di sempre hanno così finito per riaccendere la malinconia, lasciare spazio ai ricordi e, magicamente, anche ai pensieri ed alle riflessioni.

Quelle con cui mi ritrovo a fare i conti da una vita, quelle disinteressate per quanto avvolgenti, quelle che, più o meno puntualmente, si traducono in anelito verso le origini, in senso di rivalsa che non vuole mai arrendersi all’impotenza, che odorano di voglia di ribellione in luogo della rassegnazione, che sanno di gratitudine che non può essere indifferenza.

Verso quel paese il cui fascino rimane immortale, verso quell’indissolubilità che talune immagini sono in grado quasi prodigiosamente di poter rinverdire.

Raccogliendo gli spunti dettati da certe istantanee, faccio pertanto mia la sottile quanto mai condivisibile considerazione di Tommaso che, ponendosi idealmente di fronte ad un paese che sappia e possa parlare, immagina ciò che quello stesso paese sussurrerebbe: amami più coi fatti che con le parole, amami finché ancora hai qualcosa da amare”.

Ora, al di là di quelle che sono contrapposizioni di sorta, che servono a collocarci da questa o da quell’altra parte (sempre che una parte ci sia), la realtà è presto detta: la bellezza di Savelli, quella tanto esaltata e decantata per quanto mai compiutamente assaporata, quella stessa che malinconica e viscerale pervade le vene dei tanti figli di questa terra costretti a vivere lontano, ora più che mai, avrebbe bisogno di essere preservata, rinvigorita ed insospettabilmente messa a frutto.

Si, proprio in questo momento di diffusa e di oggettiva difficoltà, ci sarebbe davvero l’opportunità di risollevarsi da una condizione obiettivamente prossima all’oblio, di recuperare il terreno perduto, di salvare quantomeno il “salvabile” prima che sia inesorabilmente troppo tardi.

Perchè ciò possa accadere o essere soltanto auspicabile, occorrono però senso di maturità e di consapevolezza, quelli veri e reali per intenderci, che raccontino di un’autorevolezza tangibile e non solo di forma, di azioni e di sentimenti orientati che, in simbiosi, possano disinnescare uno stato contingente non più prolungabile.

Occorre guardare oltre il proprio naso, occorre farlo mettendo da parte egoismi e protagonismi, occorre farlo dissipando puri e miopi veti incrociati, dando priorità al tutto piuttosto che al proprio.

C’è da recuperare il senso autentico di comunità, quello che si nutre di confronto e finanche di scontro, giammai di epurazione, di liste di proscrizione, ancor meno di senso di onnipotenza o di sterile bisogno di volere mettere a tacere una voce dissidente ogni volta che questa prende fiato.

C’è, in altri termini, da invertire decisamente la rotta, da proporre realmente, da costruire con condivisione, da fare chiarezza, da mettere pace per instaurare dibattito, c’è bisogno di risposte piuttosto che di chiusure pregiudizievoli, di relazioni orizzontali e non di sguardi che, senza motivazione alcuna, si muovono dall’alto verso il basso.

Lo sforzo da compiere non è per nulla proibitivo; si tratta, in fondo, di recuperare un senso di normalità che i più sembrano avere davvero smarrito. Momentaneamente, si spera.

Sempre che non si vogliano poi scorgere, di qui a qualche anno, le immagini di un paese abitato dai “pochi”, magari innevato o forse no, come sempre suggestivo, ma pur sempre foriero di rimpianti e di malinconia.

Un paese in cui il verde ha le sembianze di qualche “orticello” annaffiato che spicca qua e là, al cospetto dell’aridità e dell’abbandono che invade tutto il resto, in un contesto desolato a tal punto da far star male i tanti che a questa terra vogliono bene, da stridere, maledettamente, con quello che poteva essere e che non è mai stato.