IN TEMPO DI COVID-19

Non ho voluto e saputo scrivere molto riguardo alla surreale condizione legata al propagarsi della pandemia da Covid-19, né di tutto ciò che è indissolubilmente connesso ad una situazione la cui drammaticità assume, sempre più, i contorni di una guerra contemporanea senza precedenti.

Non l’ho fatto, per evidenti limiti conoscitivi in materia epidemiologica e sanitaria, ovviamente, ma anche e soprattutto perché l’overdose di notizie che questa quarantena ci ha consegnato mal si concilia, a mio parere, con qualsiasi tesi argomentativa si voglia tentare di porre in essere.

Motivo per cui, se anche illustri virologi e studiosi hanno dovuto presto smentire quanto solo qualche tempo prima convintamente affermato, il mio silenzio ha fatto rima con la limitatezza che il diffondersi di questo virus ha (o meglio avrebbe) dovuto ispirare in ciascuno di noi, tanto nelle proprie convinzioni più interiori che in modi di vivere prima ritenuti inattaccabili.

Tralasciato il campo della scienza, fatto di ricerche e disamine che spetta evidentemente ad altri poter portare avanti, giunti ad un punto che mi auguro possa essere considerato una sorta di tratto medio di questa inevitabile condizione di isolamento, io mi soffermerei quindi su ciò che questo virus ci ha sin qui insegnato, oltre che sul quanto questi insegnamenti debbano ritenersi preziosi per il futuro più prossimo.

Il coronavirus ci ha fatto anzitutto comprendere che la presunta invincibilità della nostra esistenza è per l’appunto assai limitata se non pressochè inesistente.

Una condizione, questa, rimarcata dalle convinzioni più sacre della nostra fede cattolica, ma che spesso, oserei dire sempre, abbiamo trascurato e dimenticato nel corso del rispettivo vivere quotidiano.

Sotto questo punto di vista, il virus ha letteralmente sovvertito gli stereotipi e le prospettive del nostro mondo globale, quello che fino ad oggi era stato sì scosso da taluni accadimenti naturali, ma che mai avrebbe potuto immaginare di dover fronteggiare qualcosa di simile.

Ed ecco che d’incanto, priorità che quasi avidamente custodivamo sono svanite nel nulla, differenze fra uomini e razze si sono appiattite se non addirittura ribaltate, logiche di prevaricazione sono incredibilmente svanite, presupposte superiorità di qualsiasi genere si sono autenticamente dissolte.

In tutto ciò, emerge l’altra grande strada di insegnamenti che il diffondersi di questo virus ci lascia, specie alle latitudini italiche.

Il campo in questione ha ovviamente i tratti del nostro sistema sanitario.

Oggi, più che mai, ne servirebbe uno decisamente diverso da quello che ci ritroviamo, a Nord quanto a Sud, e tutti ce ne rendiamo “insospettabilmente” conto.

Ma a cosa stavamo pensando, quando assistevamo, spettatori spesso fin troppo passivi, a tagli smisurati, a privatizzazioni selvagge, a scippi ingiustificati operati da governanti, i nostri, impropriamente sostenuti?

La risposta è semplice, pensavamo a qualcosa di frivolo e certamente meno importante, incuranti del fatto che solo un sistema ospedaliero e di assistenza medica realmente efficiente ci avrebbe garantito la permanenza in quella “gabbia dorata” che pensavamo di esserci inesorabilmente costruiti.

Plauso e merito quindi agli operatori sanitari che, oggi, in condizioni ai limiti del proibitivo, svolgono il proprio lavoro che definire eroico è dir poco.

Ma mi raccomando, di questi stessi medici, infermieri ed operatori ricordiamocene anche quando ci diranno che bisogna rispettare la fila, che non è ancora il nostro turno, che bisogna accomodarsi fuori dai reparti perché è terminato l’orario delle visite.

Eh sì, perché questo virus qualcosa ce lo dovrà pur lasciare in termini di radicale cambiamento di abitudini fin troppo spesso distorte.

Lo si deve a noi stessi, a quelli che con questo virus sono costretti a conviverci, a quelli che per questo virus non ce l’hanno fatta.

Proprio alle famiglie delle vittime credo debba rivolgersi un pensiero accorato e fraterno.

Dietro la perdita di un caro vi è, infatti, la sofferenza umana più intrinseca, quella che non può e non deve tralasciare i bollettini, ma che oltre quei bollettini deve necessariamente andare, in quanto vita che viene meno e non numero che alimenta curve più o meno esponenziali.

Tanto altro ci sarebbe da dire.

Tali e tante sono le variabili in campo, in questo frangente, che ci si potrebbero scrivere fior di libri e testi in grado di racchiudere, forse solo in parte, le ripercussioni psicologiche, sociali, economiche, umane, familiari, interpersonali che questo momento, di diffusa angoscia, ci costringe ad affrontare.

Il futuro ci impone invece di combattere, stringendo i denti, rinunciando ad un qualcosa che sembrava indispensabile, ma forse, anzi certamente, neanche lo era e lo è mai stato.

Il tutto, con rispetto e senso di responsabilità, con la paura e la prudenza che questo tempo richiede, senza alcuna sfrontatezza di sorta, con un unico metodo, del tutto razionale e ponderato, che una insolenza illogica potrebbe portare a sottovalutare.

Restiamo a casa, riflettiamo su noi stessi, impariamo a vedere ciò che circonda con gli occhi di chi si accosta a continue ed inaspettate scoperte, accontentiamoci del “poco” che prima sembrava superfluo ma in realtà era già tutto, definiamo un’effettiva scala in un panorama di valori fino a ieri trascurati e che odorino il giusto, cioè poco o niente, di materiale.

E per il resto, non lamentiamoci di qualche sacrificio in più, di qualche costrizione, più o meno imposta che in questa fase, come non mai, è da ritenersi evidentemente salutare.

Fare il contrario, di contro, sarebbe di per sè poco produttivo, finanche profondamente ingiusto, per ciascuno di noi, ma soprattutto per gli altri, i nostri cari, i nostri parenti, i nostri amici e conoscenti.

D’altronde, se non adesso, quando lo si vuole pagare il giusto prezzo per sperare di ritornare ad una “normalità nuova” che sia auspicabilmente uguale, ma giustamente diversa da quella di prima?