SANREMO – L’ITALIA AD UN ITALIANO


Dopo lustri in cui sono stati etichettati come popolo di santi, di poeti e di allenatori di calcio, gli italiani si riscoprono, oggi, critici musicali che, sempre e rigorosamente attraverso i social, danno sfoggio delle loro “risapute” competenze in materia.

Ci sarebbe da prendere atto di essere rimasto colpevolmente al palo, ai tempi cioè in cui quasi tutti vedevano il Festival di Sanremo, ma c’era il timore di manifestarsi, preda di gusti musicali che con Sanremo non ci azzeccavano granchè, salvo poi canticchiare i motivetti che rimanevano più impressi.

O, ancora, da osservare una nuova tendenza che, sempre per mezzo della realtà virtuale, ai sempreverdi “non vedrò Sanremo”, “piuttosto che Sanremo mi guardo un film”, accompagna il tradizionale clamore mediatico intorno alla figura dei conduttori, delle canzoni o anche di tutta la struttura della kermesse artistica messa in campo.

In realtà, senza dimenarsi oltre, occorre soltanto prendere atto del fatto che, anche per questa edizione, il festival canoro nazionale ha raggiunto l’obiettivo: far parlare di sé ed alimentarsi di quella scia di polemiche e considerazioni, pre e post, che, quest’anno come sempre, hanno accompagnato questo autentico fenomeno di costume nazional-popolare.

A leggere le bacheche facebokiane di quelli che evidentemente Sanremo lo hanno seguito, pur dopo aver detto di non doverlo fare, ciò che risalta è senza dubbio il gran parlare che si fa intorno alla canzone vincitrice e/o, meglio, all’autore ed interprete del brano primo classificato, tale Alessandro Mahmoud, per tutti Mahmood.

Riguardo alle considerazioni emerse, ciò che bisognerebbe sapere è anzitutto il perché la figura del vincitore sembra essere così centrale e preminente, quanto e forse di più del recente passato, e come tale sia oggetto di attenzioni quasi minuziose.

Se ad essere messa in discussione è la “sostenibilità” della canzone, ben vengano certe esternazioni.

Nel senso che, se ciascuna opinione è orientata dalla considerazione che la canzone non piace, che la melodia è sgradevole, che il testo non è all’altezza, la polemica ed il clamore possono, anzi devono, starci.

Non si trascuri tuttavia la non secondaria evenienza che accostarsi alla musica e valutare una canzone è elemento puramente soggettivo, per cui ciò che piace a molti non deve piacere ovviamente a tutti e sarebbe praticamente impossibile accadesse il contrario.

Né si dimentichi che, trattandosi di Sanremo, non sarebbe stato possibile che a trionfare fossero stati gli eredi dei Pink Floyd o giù di lì. Non è accaduto quest’anno come non è accaduto negli ultimi anni.

Se, invece, la polemica e la disputa nascono e/o sono condizionati, anche in minima parte, da considerazioni sulla presunta nazionalità del vincitore, preso atto che la contrapposizione si fonda su elementi alquanto sterili, anche in questo caso c’è da stare tranquilli.

L’orgoglio nazionale è infatti salvo, perché, anche stavolta, come da tradizione, l’Italia è andata all’italiano.
Tale è infatti un ragazzo nato, a Milano nel settembre del 1992, da madre sarda e padre egiziano, cresciuto nel Belpaese che si afferma quale espressione, autentica, di un talento che prende forma nelle scuole di canto frequentate poco più che bambino e culmina nella vittoria a Sanremo dopo svariate partecipazioni in rassegne musicali nazionali, a livello giovanile e non.

Né sono accettabili considerazioni su diverse espressioni del voto popolare rispetto a quello dei giurati sanremesi.
Il sistema di voto di quest’anno è perfettamente identico a quello che caratterizza il Festival degli ultimi anni, né nulla è cambiato, rispetto al recente passato, per essere considerato sperimentale o perché la piena efficienza di un sistema, evidentemente consolidato, possa essere messo in discussione.

E poi per una volta che in Italia le regole si rispettano, lasciamo che ciò avvenga, senza discuterne il senso quando, magari, il responso è lontano dai nostri gusti.

In gioco, in realtà, c’è una materia di cui discutere allegramente, confrontandosi, anche animatamente, ma tenendo sempre bene a mente che si tratta solo di musica e di spettacolo, materia a cui accostarsi con leggerezza e senza pregiudizi di sorta.

Va bene essere presi per direttori tecnici che, più o meno credibilmente, disegnano formazioni da mettere in campo, va bene discutere di qualche nota stonata, ma vuoi mettere, cosa significherebbe, voler discutere della canzone vincitrice di Sanremo guardando al Dna di colui che la canta?