IMMIGRAZIONE: DALLA PARTE DEI PIU’ DEBOLI

L’ennesimo sacrificio di vite umane avvenuto, negli ultimi giorni, nelle acque del Mediterraneo rende ancor più tragicamente attuale il dibattito sul tema dell’immigrazione e delle decine di tragedie accadute, più o meno di recente,  intorno ad un fenomeno dalle proporzioni evidentemente indescrivibili.

Ci fosse un dibattito politico-istituzionale serio, ponderato, supportato da dati oggettivi e da alternative da valutare, ciascuno di noi, consapevolmente e coscientemente, potrebbe (dovrebbe) schierarsi a sostegno di questa o di quell’altra tesi.

Dal momento che la discussione è oramai scientemente proiettata sul piano di un’emotività’ che non permette di giungere a reali conclusioni né in un senso né nell’altro, ad emergere è un confronto-scontro pubblico, esclusivamente mediatico, che si alimenta di giorno in giorno, ma che più che portare a soluzioni, ingigantisce le contraddizioni tipiche di un qualcosa strumentalmente creato ad arte, più per fare rumore che per la convinzione che parlarne possa servire a trovare opportuni rimedi.

Ci si potesse, per un attimo, astrarre dalle “chiacchiere da bar” che dilagano quando si parla di immigrazione e di accoglienza, il confronto da instaurare sarebbe certamente intrigante e dai contorni talvolta insospettabili.

In passato, in altri miei articoli sulla materia, ho provato a sciorinarne più di qualcuno per evidenziare spesso come condizioni fatte passare come dogmi siano molto spesso false leggende o reali bufale.

Premetto: non voglio essere buonista né paventare soluzioni, anche perché non ne ho.

Ritengo che percorrere la strada della riflessione, documentarsi sulla dimensione e la natura del problema debba costituire però l’unico modo per approcciarsi seriamente al problema.

Seguendo tale strada, potremmo magari comprendere che gli immigrati costano meno di quanto ci fanno guadagnare, o ancora scoprire che in Italia ci sono meno immigrati che in altri Paesi ed ancora osservare empiricamente se politiche tese alla chiusura dei porti stiano realmente traducendosi in minori sbarchi o se questa minore frequenza sia talvolta solo apparente e fittizia.

Ci potremmo confrontare su come tagliare quelle realtà poco lecite che sulle sorti degli immigrati hanno costruito reti di accoglienza non sempre pulite, o ancora su come portare a conclusione una reale politica di accoglienza da un lato ed accompagnarla ad un’effettiva riduzione delle partenze fin dalla Libia, luogo dal quale il problema nasce e poi si propaga.

Si potrebbe davvero discutere in maniera costruttiva, per finire poi a condurre la questione su scala europea, far sì che un problema nostro per sole ragioni geografiche diventi un problema di tutti per lampanti ragioni di politica, oltre che per motivazioni sociali e finanche umanitarie.

Potremmo, in altri termini, discutere, magari da posizioni opposte e con convinzioni diverse, su quale possa essere la migliore prospettiva da perseguire per riportare la questione a livelli di normalità oggi non presenti.

Potremmo appunto, perché a giudicare dalle manifestazioni estemporanee che avvengono sui social e che sono pedisseque riproposizioni di quanto l’opinione pubblica nazionale pensa in maniera generica e condivisa, tutto avviene fuorché quanto dovrebbe avvenire.

Accade così che le sorti funeste di disperati che trovano la morte in un mare solcato non certo per andarsi a fare la classica crociera di stagione, siano mal accompagnate da reazioni scomposte ed esagerate, grossolane, deplorevoli, talvolta disgustose, espressione becera di una coscienza nazionale che ha perso la propria sensibilità proprio a scapito dei più afflitti e malcapitati.

In quella che è la solita arena di tifosi, io non mi iscrivo naturalmente ad essere partecipe.

Certo è che dinnanzi a problematiche di carattere esistenziale la cui drammaticità è evidente, non c’è da essere razzisti o buonisti, di destra o di sinistra, salviniani o boldriniani.

Qua si tratta essere essenzialmente ed incondizionatamente essere umani.

Perché è così che ci si deve porre di fronte al crudele destino di centinaia di persone che preferiscono attraversare il mare in cerca di fortuna piuttosto che morire di sofferenza certa.
Che preferiscono partire dalla Libia ed affrontare un Mediterraneo in cui si può morire una volta sola piuttosto che morire tutti i giorni su suolo africano.

Se quindi problemi e meriti non sono di questo o di quel Governo, specie laddove il problema persiste, altrettanto vero è che inconcepibile la campagna che ciascuno, nel proprio piccolo, conduce assumendo posizioni incomprensibili dal lato umano prima che di partecipazione attiva.

Se esseri umani perdono la vita in mare aperto, prima di tutto è necessario ci sia un sentimento di cordoglio e di rispetto.

Poi, naturalmente, ognuno può continuare a pensarla come meglio crede e sostenere tesi che affrontino il problema da un’ottica finalmente decisoria.

Il resto è aria fritta, voglia di mettersi in mostra, spendere parole inutili per diventare protagonisti di un attimo di notorietà in rete.

È agire di chi si allontana da naturali canoni di convivenza e, in nome non si sa di quale Dio, non si sa di quale legge, non si sa di quale certezza, emette sentenze dall’alto di convinzioni non sempre supportate da oggettività ed evidentemente strumentali.

Preso atto di questo banale per quanto dimenticato dato di partenza, poi possiamo iniziare a questionare ed a pretendere che i Governi nazionali ed ultranazionali si dimostrino sensibili all’universo dell’immigrazione guidati, finalmente, da impulsi decisivi più che da meri calcoli di consenso.

Nell’attesa, sforziamoci di non perdere di vista nobili sentimenti verso nostri simili, cercando, se possibile, di non trasformarci in popolo la cui più nobile virtù possa essere quella di sentirsi sì forti, ma solo al cospetto dei più deboli.