SILVIA, UNA DI NOI
La liberazione di Silvia Romano, la volontaria italiana rapita 18 mesi fa in un villaggio del Kenya, è evento di quelli che ti rallegrano il cuore e che serve a riportare una ventata di speranza in un periodo buio ed angoscioso, come quello attuale, per un Paese ancora attanagliato dalla difficile convivenza con il Covid-19.
Un giorno di festa, ancor più simbolicamente degno di nota, se poi l’arrivo in Italia della giovane connazionale avviene in concomitanza della ricorrenza della festa della mamma.
La certezza che questa interpretazione positiva sia estendibile, se non a tutti, almeno ai più, perchè così è che deve essere al di là di ogni appartenenza e/o schieramento di sorta, viene a scontrarsi però con la sorprendentemente grottesca reazione di una Nazione sempre più schizofrenica, in cui giornalisti faziosi alimentano la nutritissima platea di analfabeti funzionali da social.
Così, finisce per sentirsene di ogni.
In una nazione normale, basterebbe il fermo immagine dell’abbraccio di Silvia e della mamma per intenerirsi, commuoversi, emozionarsi e concentrarsi sulla vera essenza che il felice concludersi di una prigionia insopportabile deve portarsi dietro.
A questa Italia, tutto ciò però non basta, non serve; questo è infatti un popolo (?) che si interroga, a convenienza, ma si interroga.
Nascono così mille dubbi, pettegolezzi, rumors, si pongono questioni di ogni genere e, tutto d’incanto, un fatto gioioso diventa polemica becera, strumentale, odio gratuito, dileggio non propriamente tipico di un Paese che si definisce civile, ma chissà quanto civile lo è sino in fondo.
Accade così che molti si interroghino sui costi del riscatto e si chiedano i termini di una pratica fra l’altro storicamente utilizzata per la liberazione di tantissimi occidentali trovatisi nella stessa situazione della giovane coooperante della”Africa Milele”.
Saranno gli stessi che non si sono mai posti domande riguardo ai fondi sottratti dai partiti politici nella prima Repubblica o anche più di recente?
Saranno mica quelli che non si interrogano mai, perchè lì non conviene, del come sia possibile che questo Paese bruci letteralmente centinaia di miliardi, ogni anno, per evasione fiscale e corruzione?
Altra tesi dei maghi da tastiera va a sindacare sul fatto che Silvia si sia convertita all’Islam.
E quindi?
La vita salvata di una connazionale vale a seconda della religione che professa oppure la libertà di culto impone che quelle religiose siano da ritenersi attitudini essenzialmente ed esclusivamente personali e, come tali, inviolabili?
Ma poi, prima di aprire la bocca ed eventualmente i “pensieri”, sempre che ce ne siano, avete mai provato a mettervi nei panni di una giovane ragazza, recatasi in Africa per fare del bene propria missione di vita, improvvisamente trovatasi in mano a terroristi stranieri, in terra sconosciuta, in luoghi di prigionia che cambiano di frequente e senza riferimento alcuno?
Ma sarà mai possibile che anche in un momento del genere questo sia uno Stato che non ha alcun sentimento nazionale collettivo e che preferisce, quindi, dividersi anche solo per protagonismo virtuale?
Io, come tutti, non conosco i dettagli del rapimento nè della liberazione.
Al di là di ogni elemento cospirativo, mi basta che una giovane italiana sia stata riportata, sana e salva, a casa, per esultare del positivo concludersi di una vicenda che sembrava invece dover condurre ad un epilogo tristemente segnato.
Il resto è noia, serve a concludere che, virus o non virus, questa Italia è sempre più un contesto pieno zeppo di cittadini capaci a mostrarsi forti con i deboli e fin troppo accondiscendenti, se non complici, con i forti.
Un Paese senza futuro se non cambia verso del proprio pensiero e, di conseguenza, il senso stesso del proprio presunto vivere democratico.
Se non si riesce adesso, allora quando?
