IL TERZO BRONZO DI RIACE
Avrei preferito scrivere di lui quando, nel 2016, la rivista statunitense Fortune lo aveva inserito fra i 50 personaggi più influenti al mondo. E per la verità, in quel frangente, sono stato più volte tentato di farlo; lo ritenevo il doveroso tributo ad un personaggio comunque da raccontare.
Unico italiano presente in quella speciale classifica, nella quale compariva accanto a tante personalità con incarichi di governo o a capo di una grande azienda, Domenico Lucano, per tutti Mimmo, da tre mandati sindaco di Riace, paesino calabrese in provincia di Reggio Calabria, era di una quelle figure che intriga ed incuriosisce pur non conoscendone direttamente l’operato.
Passato alla ribalta per aver trapiantato un modello che ha scongiurato lo spopolamento di un paese di poco più di duemila abitanti, il cosiddetto “modello Riace”, come avviene quasi sempre in Italia, è stato oggetto di alterni giudizi, di elogio o di critica, a seconda della parte che si pronunciava a riguardo.
Andando oltre quelle che sono valutazioni con prospettive diverse che poggiano in ogni caso su visioni parziali e spesso stracolme di pregiudizi, Mimmo Lucano ritorna oggi alla ribalta delle cronache.
E stavolta non perché un quarto dei suoi concittadini non sono nati in Calabria ed arrivano dall’Afghanistan, dal Senegal o dal Mali, perché hanno rischiato la vita attraversando il Mediterraneo ed a Riace hanno trovato una casa, ma perché il Sindaco del centro reggino è accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di fraudolento affidamento diretto della raccolta rifiuti.
Accade quindi che anche io che ieri, quando c’era da elogiarlo, sono stato “colpevolmente” esitante ed ho perso quello che giornalisticamente può definirsi come l’attimo fuggente, oggi, nel tentativo di recuperare quell’attimo, mi approccio a “l’affaire Lucano” proprio nel momento in cui egli diventa protagonista, suo malgrado, di quell’estenuante stagione mediatica che non accenna a concludersi e nella quale si parla, spesso a sproposito, di immigrazione.
Lungi da me ovviamente stabilire se Lucano sia colpevole o meno dei reati contestatigli e/o se il “modello Riace” sia stato attuato nel pieno rispetto della legge o talvolta al di sopra di tale limite. Saranno, infatti, la Magistratura e gli inquirenti ad individuare eventuali responsabilità in tal senso.
Così come lungi da me assurgere posizioni di conoscitore senza essere informato a fondo dei risvolti del modello di accoglienza proposto dal Sindaco oggi accusato.
A chi invece, come me, è chiamato a farsi un’opinione esterna che esuli gioco forza dalla leggerezza di facebook, che vada oltre le prese di posizione per “partito preso”, questa vicenda non può che far sorgere interrogativi, quesiti che muovono dalla tematica regina, l’immigrazione appunto, e si inerpicano su piani solo apparentemente diversi quali quelli della giustizia e del sistema dell’accoglienza complessivamente intesi. Eccone alcuni.
Questa analisi del “modello Riace” precede o accompagna un’analisi più complessiva di un modello di accoglienza che in Calabria, come in altre parti della penisola, evidenzia latenti contraddizioni, oppure Riace e poi si vedrà, perché Riace, in fondo, fa più notizia e garantisce più di altro risonanza ed audience?
Siamo nel bel mezzo di un esame più ad ampio raggio che coinvolge la Calabria, il suo sistema politico e burocratico, che punta a sanare le storture di una Regione ad impregnante vocazione ndranghetistica, che è il regno del narcotraffico e della corruzione criminale su scala mondiale, oppure restiamo in un campo mediatico che punta più alla “notizia ad effetto” che alla sostanza ed al contenuto?
Ed in ultimo, ma non per importanza, Riace è simbolo di effettiva regolamentazione di un sistema largamente inteso oppure il punire atti di “disobbedienza civile” fa seguito ad una tendenza, perlomeno discutibile, di concentrarsi su fatti buoni per riempire dibattiti virtuali, quali ad esempio la traccia di un tema assegnata al Liceo Scientifico Filolao di Crotone, ma che nulla hanno a che fare con la centralità che dovrebbero poter avere, ad esempio, tematiche quali la lotta al malaffare ed al malcostume?
Qui non si tratta di stare o no con Lucano, né di individuare demoni e/o simboli a seconda della parte per la quale si fa il tifo.
In gioco c’è ben altro, un qualcosa che gli interrogativi prospettati colgono solo in parte e che il sistema politico-istituzionale ha il dovere di poter cogliere ed interpretare.
La vicenda Lucano, per la quale, nei limiti della propria conoscenza oggettiva, ciascuno può sbizzarrirsi, magari riponendo nel cassetto tentazioni di libera interpretazione, non si sa bene quale contorni possa assumere.
Certo è che qualsiasi dovesse essere il corso delle indagini e l’incedere degli eventi, la realtà vera delle cose, allo stato attuale, è che Mimmo Lucano non è una onlus opaca, una di quelle che nel panorama dell’accoglienza profuma di tutto fuorché di solidarietà e capacità di integrazione.
Né tantomeno può essere etichettato come un professionista dell’accoglienza; sui migranti non ha guadagnato un centesimo di euro e ad affermarlo è lo stesso giudice che lo ha assegnato ai domiciliari.
Se Lucano ha sbagliato, è giusto che paghi nei limiti degli errori commessi; i processi sommari, compresi quelli sui social, mettiamoli però da parte.
D’altronde, siamo contesti che hanno conosciuto Mafia Capitale e svariate inchieste su sistemi criminali posti a controllo di centri accoglienza, giusto per restare nell’argomento. Quella è tutta un’altra storia, tutta un’altra roba.
Di contro, anche quelli che usano Lucano per addossare ad un Governo ostile le responsabilità politiche di un’azione che è solo giudiziaria, sono seguaci di un’idea tendenzialmente avventata.
Ecco perché, in ogni caso, quanto accaduto deve comunque essere spunto per aprire un serio dibattito sulla macchina dell’accoglienza in Italia ed in Calabria in particolare.
Ci si potrebbe, in tal caso, accorgere che il “modello Riace” può essere ritenuto molto più sano ed efficace di tante “cooperative” sparse per il terriotorio.
Se ne potrebbe comunque approfittare per sgomberare il campo (finalmente) da ogni strumentalizzazione, per evitare di prendere posizioni talvolta affrettate ed affidare, quindi, alla piena oggettiva dei fatti l’ardua sentenza…
