NEVE A SAVELLI – STORIE DI PALETTE GIALLE E PALETTE ROSSE

La caduta della prima neve di stagione in quel di Savelli, con tanto di tran tran mediatico conseguente, mi costringe a ritornare su un argomento a me tanto caro.

Non si tratta di politica savellese, ovviamente; su quella, infatti, come su considerazioni di carattere amministrativo, preferisco mantenere i propositi di assoluta indifferenza già esplicitati sul finire dell’anno appena trascorso.

Trattasi bensì dell’oramai antropologico fragore che accompagna, nel mondo dei social e di facebook in particolare, il verificarsi di alcuni eventi.

Cosicché anche una normale nevicata di un periferico paese di montagna diviene insospettabilmente “avvenimento” e delinea un contorno sociologicamente bisognoso di approfondimenti e di analisi.

Premetto che utilizzo abbondantemente i social; a pensarci bene, li uso anche in eccesso, considerato che, come ho sempre ribadito, preferisco di gran lunga addormentarmi sulle pagine di un libro piuttosto che con ancora negli occhi la luce, poco salutare, dello smartphone o del pc (cosa che peraltro avviene troppo spesso).

Fin da quando ho mosso i primi passi nella rete ho apprezzato il carattere di condivisione che spazi virtuali diffusi consentono di esplorare.

Da sempre, quindi, ho colto positivamente il carattere universale dei social network: essi permettono di interagire con persone care e lontane, abbattono le barriere, superano le distanze, immortalano momenti di socializzazione altresì non percorribili.

Frequentando però più assiduamente i social network diviene fisiologico che, messi da parte i punti di forza, ad emergere siamo inconfutabilmente punti di debolezza lampanti ed evidenti che solo visioni miopi non consentono di cogliere.

E se non si finisce per sapere che i social sono per loro stessa natura circoscritti, proprio nel momento in cui quasi inconsciamente si crede di potere fare e dire di tutto, emerge il lato distorto e più deprecabile di una realtà che tale non è, in quanto non tangibile e solo virtuale.

Caratteri estremamente positivi lasciano così spazio a variabili alterate che prendono inevitabilmente il sopravvento in ogni discussione e coinvolgono gran parte degli argomenti trattati.

L’eccessivo protagonismo è la prima piaga di questo dilagante traffico social: senza bisogno di documentarsi avviene così che tutti iniziano a saper fare di tutto, tutti si credono legittimati a poter parlare di tutto e tutti intervengono dappertutto, adattando, talvolta, la discussione ad una propria, non sempre azzeccata, interpretazione.

Il volersi mettere necessariamente in mostra è senza dubbio conseguenza della cassa di risonanza che i social rappresentano.

Vuoi mettere quanto vale farsi un caffè e postare l’evento, oppure vuoi mettere ancora che sapore ha una cena quando riesco a postare ogni singolo piatto, o ancora un selfie fatto in riva al mare che soppianta, di fatto, l’ebbrezza del tuffarsi nel mare stesso?

Nei limiti del consentito queste azioni sono simpatiche, oltre divengono, invece, deformazioni che mal si adattano alla positività della condivisione.

Una contraddizione ulteriormente suffragata dal fatto che gran parte delle discussioni coincidono spesso con fiumi di parole, lamentele, imprecazioni la cui quantità è inversamente proporzionale alla possibilità di risoluzione dei problemi sviluppati.

Mancanza di umiltà e di autocritica finiscono così per essere altre punte di un iceberg che assume proporzioni titaniche.

Discussioni spesso estenuanti pongono in primo piano soluzioni ed interpretazioni velleitarie delle questioni, rispetto alle quali le locuzioni, “a mio parere”, “posso anche aver sbagliato”, “quanto dici è condivisibile” sono letteralmente spazzate via dalla sensazione che sempre e comunque, anche con spropositata supponenza, ciascuno sia possessore della verità assoluta.

Vi chiederete cosa centri la neve a Savelli con tutto questo.

Beh, la discussione virtuale su come sia stata fronteggiata, o meno, l’emergenza maltempo che riguarda il territorio savellese fin dal giorno di San Silvestro rende al meglio l’idea di quanto detto perché impregnata degli elementi sopra esplicitati.

Problemi quasi fisiologici diventano così oltremodo amplificati e nella deprecabile contrapposizione degli ultras della rete emergono zero soluzioni prospettate e tanta, fin troppa, apparenza.

Così se da un lato risulta eccessivamente esasperata (almeno a parere di alcuni) la portata di un disagio quasi sempre (il quasi è d’obbligo e sono pronto a giustificarlo) non affrontato, dall’altro, la non risposta che si paventa risposta, l’inefficienza che si trasforma in efficienza, la mancanza di programmazione che diventa tempestività, l’azione per conto proprio che vuole apparire pubblica, sono tentativi a dir poco maldestri, buoni forse per farsi immortalare, ma non per affrontare responsabilmente la vicenda come è giusto che sia.

Non voglio assolutamente entrare nella polemica de quo.

Nè mi infastidisce, più di tanto, che una battuta che riguardava, peraltro solo a latere, il gran chiasso mediatico intorno alla vicenda, quindi male interpretata e per nulla capita, abbia già incocciato (bontà loro) gli screenshot del “regime”.

Non ho bisogno di Facebook per manifestare le mie opinioni e, se nel caso, le mie critiche.

Il punto è un altro e riguarda quelle considerazioni di carattere generale che la specificità della vicenda ha solo avuto il merito di far riaffiorare e che ha nell’utilizzo, o meglio nel cattivo utilizzo, che si fa della rete il proprio punto cruciale.

In altri termini, a voler sintetizzare, Facebook e gli altri social network non risolvono problemi; al massimo, nella migliore della ipotesi, hanno il compito di evidenziarli se la loro esposizione avviene nei modi più opportuni.

Il resto va fatto nella realtà delle cose, con competenza se necessaria, con umiltà pur sempre dovuta e con accostamenti graduali alle tematiche da affrontare.

Un modus operandi che deve poggiare sulle punte dei piedi piuttosto che sulle dita di una tastiera, pena un piattume diffuso cui apparire può anche far a sentire appagati, ma che ci farà solo assistere a tante altre partite fra palette gialle e palette rosse, nelle quali al di là dell’affezione cromatica per i colori in campo, lo spettacolo sarà in linea con il più classico degli scialbi e noiosi nulla di fatto.