UNA VOLTA “ANDAVAMO ALL’ACQUA”

Credo che la gestione delle risorse idriche rappresenti ormai l’unica grande questione sulla quale discutere in un paese, Savelli, nel quale confrontarsi, seppur da posizioni contrapposte, diventa esercizio sempre più proibitivo per evidenti limiti qualitativi e quantitativi.

Ben venga, per questo, il dibattito, pur sempre in forma civile e democratica, all’indomani della scelta dell’amministrazione locale di aprire la discussione circa le modalità di gestione del servizio idrico.

Poiché l’argomento è di quelli che richiedono l’espressione di una opinione che non sia mera enunciazione fine a se stessa, ritorno ad occuparmi  dell’argomento, a me particolarmente gradito, allorché la “questione acqua” è prepotentemente balzata agli onori della cronaca paesana, semplicemente perché ne ho parlato, in più circostanze ed in altra veste, già qualche anno fa.

La mia, più che una disamina tecnica che non sarei in grado di compiere, è un semplice convincimento che riprende l’esperienza diretta già consumatasi in passato, a livello istituzionale e che, proprio per questo, vuole servire da monito a coloro che oggi si trovano a dover affrontare talune problematiche in quanto rappresentanti di una comunità intera.

A scanso di equivoci, ero, sono e resterò per sempre per l’acqua pubblica, fermo restando che non sono mai stato né sarò contrario, a prescindere, a forme gestionali, anch’esse rigorosamente di natura pubblica, che abbiano quale unica mission quella di una gestione efficiente e razionale della risorsa “acqua”.

Basterebbe questo per evidenziare il mio pensiero sulla materia, di per sé degna, però, di dovuti approfondimenti. Dentro le mie considerazioni preliminari si muovono infatti una serie di valutazioni che non possono essere trascurate prima di procedere in qualsivoglia direzione.

Punto di partenza è per l’appunto l’imprescindibile concetto di acqua pubblica.

In veste di consigliere comunale sono stato promotore, con tanto di raccolta firme a livello locale, del referendum sull’acqua pubblica del 2011 ed anche la previsione, nell’ambito dello statuto comunale, con annessa richiesta inserita in relativa delibera (di cui adesso mi sfuggono i riferimenti), che sancisse nel documento normativo per eccellenza, il solenne principio di acqua quale bene pubblico da tutelare, è frutto di una mia iniziativa promossa, anche questa, in ambito assembleare.

Così come la centralità dell’acqua nel mio pregresso istituzionale è rimarcata dalla richiesta di analisi delle acque pubbliche avanzata direttamente (vedasi deliberazione di C.C. n.14 del 19/6/2012) o, indirettamente, quando nei primi anni della scorsa legislatura ero stato promotore di una richiesta di monitoraggio sullo stato della depurazione e del servizio idrico, complessivamente inteso, insieme ai Consiglieri dell’allora gruppo di minoranza Orgoglio Savellese.

Ecco perché, mantenuta una irrinunciabile “strada maestra”, i cui confini, non possono che restare quelli di un tempo, appena rimarcati, ad oggi, l’ulteriore sforzo da percorrere sarebbe, a mio avviso, quello di scegliere la modalità di gestione più efficiente, ma solo dopo attenta analisi del trend storico e del contesto in cui ci troviamo.

Ed è qui che potrebbe cascare l’asino.

Se ogni confronto avvenisse, infatti, sul merito delle cose, sulla necessità di efficientamento del servizio, su criteri di equità e di effettivo risparmio della collettività, su ipotesi di monitoraggio della rete, su effettiva analisi costi/benefici, ben venga la considerazione di ogni alternativa e/o ipotesi gestionale.

Ero presente in Consiglio comunale quando fu deliberata l’adesione alla Soakro, in quel momento, società a partecipazione interamente pubblica che era approdo obbligato di una restrittiva normativa nazionale e che, come inizialmente concepita, doveva rappresentare un fiore all’occhiello poi non rivelatosi tale.

Già in quella sede, sottolineato che trattandosi di grossi numeri in ballo “Savelli avrebbe certamente avuto un minore potere contrattuale rispetto ad altri”, avevo subordinato la mia espressione di voto favorevole all’impegno da assumersi per “il rifacimento di una rete idrica fatiscente e per approfondire il perché delle bollette esose” allora inviate. Naturalmente, quelle mie rimostranze rimasero lettera morta, ma restano agli atti.

Così come ero presente, insieme al Sindaco Spina, nella strenua difesa che all’epoca facemmo, in ripetuti incontri con i vertici Soakro del tempo,  per difendere ostinatamente la peculiarità del nostro territorio di fronte ad una risorsa vitale per quanto abbondante e come tale degna di essere preservata.

Da quella battaglia, passata fin troppo sotto traccia, emerse una realtà inconfutabile che molti sottovalutarono, ma che oggi vale la pena di essere menzionata: Savelli non aderì mai al capitale sociale di Soakro né acquisì alcun tipo di partecipazione in essa.

Viste le successive peripezie societarie, dalle quali, ovviamente, Savelli non fu minimamente toccato in quanto non socio, quella azione raggiunse un risultato di non poco conto: preservare il patrimonio ed il bilancio dell’ente da possibili ripercussioni.

Oggi che sono osservatore, particolarmente attento, quale cittadino contribuente, il mio approccio è per questo costruttivamente teso all’analisi nei termini di cui sopra che poi tanto non si discostano da quelli già evidenziati in passato. Anzi, li confermano pienamente.

Tradotto in soldoni, se concepire nuove modalità di gestione del servizio vuol dire maggiore efficienza e conseguente risparmio sui costi di gestione del servizio stesso senza gravare sui contribuenti, ben vengano queste nuove ipotesi.

Se “nuova gestione” vorrà dire potenziale opportunità di royalties o di ogni altra previsione ristoratrice di un territorio, quale il nostro che di acqua è produttore, evviva il nuovo.

Se poi affidarsi ad altra gestione vorrà dire possibilità di mettere finalmente in campo un serio monitoraggio della rete finalizzato ad un rifacimento o anche ad un’analisi ambientale del territorio più largamente inteso che vi si aderisca subito senza tentennamento alcuno.

Se, ancora, gestione nuova vorrà dire tutelare quei livelli occupazionali preesistenti, messi in crisi dal drammatico fallimento di Soakro, alziamo le mani perché il lavoro è prima di tutto.

Se, di contro, ogni nuova modalità di gestione sarà vista e percepita solo come opportunità strategica ed amministrativa, come ennesima strada da percorrere in quel sottobosco, spesso infido, che è il “sottogoverno”, allora meglio sospendere qualsiasi iniziativa in atto.

Non ci si dimentichi, infatti, che qui non c’è in ballo il destino di quello o quest’altro gioco di potere, né di questa o quell’altra legittimazione di approdo ad un “posto al sole”; né, tanto meno, la materia può ritenersi sbocco per ordinarie tattiche di esercizio dialettico e di posizionamento.

In gioco, manco a dirlo, c’è un qualcosa di ben più importante, da ritenersi supremo, un tema la cui delicatezza impone agli attori in campo un accostamento serio e ponderato, nell’ambito del quale tenere conto di tutte le potenziali ripercussioni, presenti e future, e, del quale, renderne, senza dubbio conto anche alle future generazioni.

Ora, passi anche l’inaspettato cambiamento di direzione, passi anche l’abbandono delle programmatiche velleità della vigilia che narravano di paventate gestioni dirette dei servizi in nome di una realtà odierna che sembra evidentemente propendere per tutt’altra direzione, ma la faciloneria, proprio no.

Quella sarebbe davvero imperdonabile se non quantomeno difficile da digerire.

Di solito, ci si raccomanda di non scherzare troppo con il fuoco; per evitare fraintendimenti, iniziamolo a non farlo con l’acqua…