FERDINANDO FAZIO: INVESTIRE SUL CAPITALE UMANO

Studente del corso di Laurea in Economia Aziendale e Management presso l’Università della Calabria, Ferdinando Fazio è un giovane savellese, nato a Cosenza nel 2002. Figlio di Domenico e Maria Gentile, egli è senza dubbio uno delle espressioni migliori della Savelli di oggi. Molto attivo in campo politico ed accademico, attualmente, ricopre il ruolo di Senatore Accademico in seno all’Ateneo Calabrese.

Il Ruggito: partiamo dalla più stretta attualità: chi è Ferdinando oggi e cosa vorrebbe fare da grande?

Ferdinando: oggi mi definirei un ragazzo che sta cercando di costruire il proprio percorso di vita con una direzione ben precisa. Ho da poco conseguito la Laurea triennale in Economia Aziendale e sto frequentando l’indirizzo di Economia Aziendale e Management sempre all’Università della Calabria. Quanto sin qui fatto mi ha portato a guardare le cose con un approccio diverso: non solo con passione, ma anche con metodo. Prima dell’Università ho vissuto molto la dimensione sociale del mio paese. Ho partecipato, mi sono speso, ho preso parte a tante attività. Non ho scoperto la comunità sui social o nei momenti in cui conveniva parlarne, l’ho vissuta nel modo più semplice: stando tra le persone. Arrivato all’Unical, ho portato con me questa impostazione. Insieme ad altri ragazzi ho fondato l’associazione “.OMEGA“, sono stato consigliere di Dipartimento e poi sono stato eletto al Senato Accademico diventando uno dei quattro senatori accademici dell’Università della Calabria. Un risultato importante ed una responsabilità. Nel frattempo, studio, mi formo, mi impegno nella rappresentanza e sto provando a capire come trasformare le idee in azioni concrete. Non mi interessa raccontarmi come uno che ha già tutte le risposte, sarebbe poco credibile, anche abbastanza noioso. Da “grande” vorrei essere una persona capace di incidere, nel lavoro e nell’impegno pubblico. Non necessariamente dentro una formula precisa, ma verso una direzione chiara: costruire, lasciare qualcosa, essere utile nei contesti in cui opero. Studiando economia impari una cosa: non basta avere risorse, bisogna saperle gestire e ciò vale anche per la vita pubblica.

Il Ruggito: quali sono le principali sensazioni delle tue attività di oggi?

Ferdinando: la sensazione principale è quella di vivere una fase intensa, in cui entusiasmo e responsabilità camminano insieme. Da una parte c’è la voglia di fare, di mettersi alla prova, di misurarsi con problemi veri. Dall’altra, c’è la consapevolezza che l’impegno non può essere solo presenza, foto, slogan o dichiarazioni. Oggi sento molto il peso del metodo. Fare attività, organizzare iniziative, rappresentare qualcuno significa imparare a distinguere ciò che è utile da ciò che è semplicemente visibile. E questa è una differenza enorme. Viviamo in un tempo in cui spesso conta più apparire in movimento che muovere davvero qualcosa. La mia sensazione è che serva più concretezza, meno rumore e più risultati, meno frasi buone per tutti, più scelte verificabili. Questo vale all’Università come nei territori, dove ogni energia va usata bene perché non ce ne sono di infinite.

Il Ruggito: quali invece le tue aspettative per il futuro più immediato?

Ferdinando: nell’immediato, voglio consolidare quello che sto costruendo, portare avanti la Magistrale, continuare l’esperienza in Senato Accademico e far crescere le realtà associative e sociali a cui sto dando il mio contributo. Soprattutto, mi interessa mettere in pratica ciò che sto imparando affinché possa poi tornare utile anche al territorio da cui provengo. Perché il punto non è solo andare via per crescere, ma riuscire a non tagliare il filo con casa. Savelli, come tanti paesi interni, ha bisogno anche di chi parte, studia, si forma e poi mantiene un legame serio, non solo affettivo. Le mie aspettative sono queste: crescere personalmente, ma non chiudermi nell’individualismo. Perché se la formazione serve solo a salvare sé stessi, diventa una fuga elegante. Io invece credo che possa diventare anche uno strumento per restituire qualcosa.

Il Ruggito: vivi e studi in una terra in cui spesso i giovani desistono dal prendere iniziativa e appaiono rassegnati. Come invertire la rotta?

Ferdinando: smettendo di dire ai giovani che qui non si può fare nulla e che basta amare la propria terra per cambiare le cose. I giovani non devono essere trattati come un tema da convegno. Spesso si parla di giovani come se fossero una categoria da motivare a parole. Il punto non è convincerli con gli slogan, ma creare condizioni reali. Un giovane prende iniziativa se trova spazi, strumenti e fiducia. Se invece ogni proposta viene vista come un fastidio, se ogni idea nuova viene rallentata da vecchie logiche, se tutto sembra già deciso prima ancora di cominciare, allora la rassegnazione diventa quasi una conseguenza naturale. Bisogna fare un investimento sul capitale umano. Non basta dire che i giovani sono il futuro, anche perché questa frase, ripetuta da anni, ormai non produce più effetto. Per invertire la rotta servono condizioni reali: formazione, accesso ai bandi, spazi aggregativi, servizi digitali, collaborazione fra istituzioni, associazioni e cittadini. Ma serve anche un cambio culturale. Il territorio ha opportunità, ma bisogna smettere di confondere il potenziale con il risultato. Avere bellezza, natura, cultura, borghi, tradizioni e prodotti locali non significa automaticamente sviluppo. Serve una visione che tenga insieme turismo, cultura, servizi, formazione e piccole economie locali. Non occorrono necessariamente progetti faraonici, meglio cose più semplici, pensate bene e portate avanti con continuità nel medio-lungo periodo. Troppo spesso nei territori si ragiona sul breve: l’evento, il finanziamento, la promessa, il consenso immediato. Ma una comunità non si rilancia con la logica del bilancio trimestrale. Serve una visione seria e occorre far leva sulla competenza. La buona volontà è importante, ma non può sostituire la capacità di progettare, amministrare, comunicare e creare reti. Oggi i territori si risollevano se sanno intercettare fondi, bandi e reti istituzionali; non si può di certo pensare di affrontare problemi enormi con strumenti improvvisati. Perciò è necessaria la politica, quella vera, quella che si assume la responsabilità di indicare una direzione. La politica deve dare spazio ai giovani, ma i giovani devono anche avere la maturità di sapere chi sono, cosa pensano e quale idea di futuro vogliono rappresentare. Avere idee diverse è normale. Il problema nasce quando persone con visioni profondamente diverse si ritrovano insieme senza una vera logica, solo perché in quel momento conviene. Lì il rischio è che i giovani diventino strumenti di vecchie logiche, invece di essere protagonisti di una nuova stagione. Meglio una scelta chiara, anche scomoda, che un accordo confuso, magari vincente, ma non in grado di costruire qualcosa per il territorio.

Il Ruggito: quali i fattori per spingere i giovani a restare e costruire un futuro nella terra in cui sono nati?

Ferdinando: un giovane resta se può vivere, non se deve resistere. Questa è la prima verità. L’appartenenza è importante, perché il legame con la propria terra conta, ma non può diventare una specie di ricatto emotivo. Dire “questa è la tua terra” ha senso solo se quella terra offre almeno le condizioni minime per lavorare, crescere e costruire. Un primo fattore è sicuramente la qualità della vita. Nei piccoli centri ci sono elementi che altrove si stanno perdendo: relazioni umane, sicurezza, ambiente, tempi più vivibili, senso di comunità. Però questi vantaggi devono essere accompagnati da servizi concreti: connessione digitale, mobilità, spazi di aggregazione, sostegno alle iniziative, accesso alle informazioni, meno burocrazia inutile e più accompagnamento. Bisogna poi creare un clima che non scoraggi chi prova a fare qualcosa. I giovani devono sentire che la terra in cui sono nati non è un luogo dove è già tutto deciso da altri. Allo stesso tempo, però, anche loro devono avere più consapevolezza e più voglia di assumersi responsabilità: proporre, sbagliare, riprovare e non aspettare sempre che sia qualcun altro ad aprire la strada. Da questo può nascere l’idea di un territorio dove si può lavorare anche grazie al digitale, valorizzare meglio le risorse naturali, aprire piccole attività legate all’identità locale e trasformare i giovani non in presenze occasionali, ma in una risorsa stabile per il futuro delle comunità.

Il Ruggito: frequenti meno Savelli visti i tuoi impegni universitari. Come lo trovi con il passare del tempo?

Ferdinando: Savelli mi manca. Posso dirlo con sincerità e anche con un po’ di emozione. Come la trovo? La vedo con uno sguardo diverso. Prima la vivevo ogni giorno, oggi ci torno meno per via degli impegni di studio e non solo. Però la distanza, a volte, aiuta a vedere meglio tutto: le bellezze, ma anche le crepe. Savelli resta casa, un paese bello, con un’identità forte, anche se oggi forse un po’ indebolita, con rapporti umani veri e con una dimensione comunitaria che altrove spesso si perde. Allo stesso tempo, però, lo trovo più fragile. Non solo più vuoto, ma anche più stanco. E la stanchezza di un paese non si misura soltanto dalle case chiuse o dai ragazzi che partono, ma soprattutto dalla difficoltà di immaginare un progetto comune. Anche la situazione politica e amministrativa recente pesa: la vicenda dell’ammanco comunale, il commissariamento e il rinvio del voto sono segnali importanti. Non basta dire che siano semplici incidenti tecnici. In una comunità piccola, la tecnica diventa subito fiducia pubblica e quando questa si perde non si recupera facilmente. La si ricostruisce solo con serietà e competenza. Vedo, però, anche un paese che ha ancora qualche energia che spesso non riesce a valorizzare come dovrebbe. Ci sono molte associazioni, persone che si spendono e legami ancora forti. Quindi non siamo davanti ad una comunità spenta. Il problema è quasi l’opposto: c’è materia prima, ma manca spesso una lavorazione comune. È come avere tante forze che si muovono separatamente senza una direzione capace di pensare un progetto condiviso. Savelli oggi mi sembra un paese che non ha perso le sue forze, ma che rischia di perdere la capacità di trasformarle in futuro. Ed è proprio questo che mi preoccupa.

Il Ruggito: quali sono invece le differenze fra la Savelli di qualche anno fa e quella di adesso? 

Ferdinando: la Savelli in cui sono cresciuto mi sembrava più continua. C’era più vita quotidiana, più presenza stabile, più naturalezza nello stare insieme. Non era perfetta, ma dava l’impressione di avere un battito più regolare. Oggi quel battito lo sento più intermittente. Ci sono momenti in cui il paese si accende, soprattutto durante l’estate, le feste, i rientri, le iniziative associative. Ma poi si fa fatica a mantenere quella vitalità durante il resto dell’anno. È come un’attività che lavora bene in alta stagione, ma non riesce a costruire un modello sostenibile nei mesi ordinari. La differenza è questa: prima, molte cose sembravano venire più spontanee, oggi, bisogna organizzarle, proteggerle e coordinarle. La differenza non è solo numerica, ma emotiva, sociale, politica. Prima c’era forse una percezione più immediata di comunità. Oggi si avverte di più la fatica di costruire con continuità. E poi c’è un altro elemento: oggi Savelli sembra più esposta alle proprie debolezze: lo spopolamento, l’invecchiamento, la riduzione dei servizi, la crisi amministrativa. Questi non sono più problemi astratti, ma realtà visibili. La nostalgia non basta. Anzi, può diventare un alibi. Dire “prima era meglio” è facile. Più difficile è chiedersi perché oggi tutto funzioni meno e cosa si possa fare per cambiare. Io credo che Savelli non debba inseguire la copia del passato, ma costruire una versione nuova di sé e più adatta al tempo che stiamo vivendo.

Il Ruggito: quali ritieni siano invece i punti di debolezza ed i limiti del contesto paesano odierno?

Ferdinando: un primo limite è la mancanza di visione complessiva e di continuità. Savelli ha associazioni, persone disponibili, tradizioni, identità, relazioni che troppo spesso non diventano sistema. Manca una visione che le tenga insieme. Si fa qualcosa, poi si ricomincia da zero. È un eterno cantiere aperto. A ciò si aggiunge la difficoltà a superare divisioni personali, familiari o politiche. Nei piccoli paesi è normale che le relazioni personali pesino. Però quando pesano più delle idee, il paese si blocca. Altro limite è la gestione del tempo politico e l’appartenenza. Si ragiona troppo sul breve periodo: ci si schiera, poi c’è chi entra e chi esce, infine chi si avvicina e chi si allontana. Tutto molto movimentato, per carità, ma il problema vero è che mentre si fanno questi calcoli, il medio-lungo periodo resta senza padrone. Credo che avere ideali sia fondamentale, almeno quanto l’avere una visione, una cultura politica, un orientamento. Il problema nasce quando l’appartenenza diventa convenienza, da qui nasce il tema della coerenza. In politica le idee diverse possono incontrarsi, certo. Ma quando posizioni lontane si ritrovano improvvisamente vicine senza una spiegazione chiara, qualche domanda nasce spontanea. Non sempre è sintesi politica; a volte, sembra semplicemente un accordo che nasce più dal calcolo che da una vera visione d’insieme. Lo dico senza personalizzare: Savelli non può permettersi una politica che pensa prima a chi deve stare dove e solo dopo a cosa serve davvero al paese. Le responsabilità pubbliche non sono spazi da occupare, ma strumenti per costruire. Ultimo limite è la rassegnazione. Quando un paese inizia a pensare che “tanto non cambia nulla”, il danno è enorme. Prima ancora dello spopolamento fisico arriva lo spopolamento mentale, il più pericoloso perché toglie voglia, fiducia e coraggio. Savelli deve affrontare questi limiti senza paura: servizi carenti, poche opportunità, giovani lontani, fragilità amministrativa e poca capacità progettuale, ma deve farlo senza vittimismo perché il vittimismo consola, ma non costruisce. In questo stato di cose, ritengo che le possibilità ci siano ancora. Però bisogna essere onesti: la rotta non si sovverte con una promessa, con una faccia nuova o con una soluzione costruita all’ultimo minuto. Ma solo con il metodo e recuperando credibilità. Dopo una fase amministrativa così complicata, Savelli ha bisogno di tornare a credere nella normalità democratica. Un paese deve poter scegliere, discutere e anche dividersi, ma dentro regole chiare, responsabilità condivise e rispetto delle istituzioni. Poi serve una strategia concreta su giovani, servizi, turismo, digitale e territorio. Non devono essere parole messe in un programma per fare effetto, ma obiettivi veri: cosa fare, con quali risorse, in quali tempi e con quali risultati. Per questo, mi auguro si possa tornare alle urne il prima possibile e che nasca una squadra amministrativa, nuova, capace, preparata e competente. Una squadra che non ragioni solo sul consenso immediato, ma su ciò che può lasciare al paese tra cinque, dieci o quindici anni. Serve scegliere una politica più interessata alla direzione, più seria, più leggibile e più responsabile.

Il Ruggito: ultima domanda, ostica per quanto imprevedibile: come ti immagini Savelli fra venti anni?

Ferdinando: immagino due scenari. Il primo è quello che temo e che dobbiamo avere il coraggio di nominare: una Savelli che quasi non c’è più, ancora più vuota e silenziosa. Sarebbe il fallimento peggiore. Il secondo scenario è diverso. Immagino una Savelli magari più piccola, ma più organizzata. Un paese capace di valorizzare la sua gente, il territorio, le nuove tecnologie, il rapporto con chi è andato via, le competenze di chi può contribuire anche da fuori. Non una Savelli trasformata artificialmente in qualcosa che non è, ma una Savelli più moderna e sempre fedele alla propria identità. Fra vent’anni vorrei vedere un paese che ha smesso di scegliere tra nostalgia e lamento. Vorrei vedere una comunità che ha scelto la responsabilità. Perché alla fine il punto è questo: il futuro non arriva da solo. E quando arriva, presenta il conto: se hai investito, raccogli; se hai solo sprecato tempo, purtroppo, raccogli vuoto e silenzio.

Parola di Ferdinando Fazio, nel solco di una sola direzione: investire sul capitale umano.