LA FELICITÀ DELL’ATTESA

Non so quali siano i testi più in voga, oggi, e le letture consigliate nelle scuole medie e superiori italiane. A dire il vero, non so neanche se esiste ancora quella che ai nostri tempi era l’ora di narrativa o se, in epoca di smartphone e di kobo, dedicarsi alla lettura di un buon libro sia ritenuta attività superflua e finanche poco formativa.

Per chi, come me, continua invece a subire il fascino di un testo sul comodino prima di addormentarsi, alimentarsi dell’inconfondibile odore della carta che si muove sotto le proprie mani rappresenta prezioso momento di riflessione e di introspezione.
Un momento oltremodo serio quindi.

Per questo, se dovessi consigliare un autore da far leggere a qualcuno, la mia scelta ricadrebbe sicuramente su Carmine Abate, un conterraneo, ma soprattutto uno scrittore che attraverso le proprie opere è capace di far assaporare sensazioni uniche ed irripetibili tali da essere collocato, di diritto, nella mia personale elite degli autori preferiti.

Consiglierei quindi di leggere Abate in tutte le scuole italiane, ma soprattutto in quelle meridionali e calabresi, perché nelle opere dell’autore di origine carfizziota rintraccio un elemento comune che, per quanto universale, vale la pena di essere recuperato soprattutto alle nostre latitudini: l’identità.

Intesa nella sua accezione più ampia e coinvolgente, questa identità è presente in ogni libro di Abate. Fa rima con il sapore talvolta acre e pur sempre nostalgico dell’emigrazione, coincide con il riproporsi di valori e schemi familiari immortali e da tramandare, si alimenta di tradizioni sociali, culturali, enogastronomiche, linguistiche e territoriali spesso estasianti.

I suoi più grandi estimatori e cultori sostengono che l’essenza della sua opera la si apprezzi cristallina nelle produzioni iniziali, quelle a sfondo quasi esclusivamente germanese per dirla in altri termini.

Io, che fra i libri degli albori ho avuto modo di leggere solo (si fa per dire) Il ballo tondo, ripromettendomi di colmare al più presto questa lacuna, credo invece che quel quid identitario, fattore di originalità autentica, infiammi, invece, tutte le opere di Carmine (mi permetto di chiamarlo per nome, pur avendo avuto di parlare con lui solo due volte e di sfuggita, perché lo sento particolarmente vicino).

Un denominatore comune che ho avuto modo di rintracciare già nel libro più apprezzato dal grande pubblico, La collina del vento (premio Campiello 2012), nel Bacio del pane o nel più recente Il banchetto di nozze ed altri sapori, ma che, a mio parere, trova espressione sublime in La felicità dell’attesa, ultimo romanzo che ho “terminato” di leggere da poco e la cui lettura regala, sin da subito, l’adrenalinica sensazione di essersi potuto accostare a cotanta opera.

Trattasi di una percezione tipica di una lettura che cattura, che si accompagna al bisogno di imprimere quel patrimonio che il testo ci lascia, per poterlo trasmettere idealmente ad altri.

Non sono un critico letterario in grado di recensire un libro come quello che ho appena letto; proprio per questo, il “mio” La Felicità nell’attesa ho deciso di custodirlo fissando i tratti che mi hanno affascinato, quelli che nel corso della lettura ho letto e riletto, quelli che cercherò di tenere bene a mente, quelli che hanno accompagnato il sottile filo conduttore percorso tanto sotto il profilo emozionale che sotto quello espositivo.

In questo romanzo, come in tutti gli scritti di Abate, i tratti che restano più impressi per chi come me è cresciuto in un paese praticamente identico alla Hora del narratore sono quelli che rappresentano il senso di questa e di altre sue opere.

Si inseriscono nello sfondo di contorno e coincidono, per l’appunto, con tradizioni pressoché simili per affinità culturali e geografiche evidenti, se non fosse per la non comune matrice arbëreshë.

Sono storie legate all’emigrazione, alla cultura paesana, al vivere quotidiano, ai valori familiari che si tramandano nel tempo, al senso di un’appartenenza che si rinvigorisce con la lontananza, alla quotidianità del distacco e della nostalgia, all’attaccamento a luoghi e persone, alla trasposizione di sensazioni sopite un po’ ovunque, tranne che nella mente di chi le ha vissute in luoghi indimenticabili dove restano quanto mai vive.

Tutto questo lo si rintraccia nelle vicende di Carmine e Jon Leto, con quest’ultimo che diventa per certi versi anche inconsapevolmente il protagonista principale, nelle vicende di quattro generazioni le cui vicissitudini scandiscono l’incedere di storie che si sviluppano nella memoria (presente del passato), si radicano nell’attualità (presente del presente) e si rinvigoriscono ulteriormente nell’attesa (presente del futuro).

In questa cornice spazio-temporale, ulteriormente impreziosita dal riferimento storico alla figura di Andy “The Greek” Varipapa e dalla sorprendente apparizione di Norma Jeane (la futura Marilyn Monroe) si colloca il senso stesso del libro.

Un turbine di emozioni, scandito, con dovizia di particolari da una capacità di racconto consolidata che ad Abate va ulteriormente attribuita, demarca così i confini di un contenitore intenso contraddistinto da sentimenti e vissuti comuni: l’emigrazione, i sacrifici in terra straniera, la comunità paesana ed il bisogno di appartenenza anche oltre confine, il lutto familiare improvviso, la sopraffazione e la voglia di rivalsa contro il sopruso, l’orgoglio e la cocciutaggine tipiche della gente del Sud, l’ostinatezza del sacrificio, il senso del distacco e la piacevolezza del ritorno.

E poi il senso di riscatto sociale che anima il volersi creare una posizione dei protagonisti più giovani, la necessità di “essere studiati” per garantirsi un futuro migliore rispetto a quello dei propri “padri”, un presente che vive della memoria passata per proiettarsi finalmente verso l’attesa del futuro.

Dentro, la storia di tante famiglie del nostro Meridione, quelle per i quali “i progressi” fanno rima con sacrifici, quelle che ieri, oggi e domani sono e saranno costrette ad emigrare per vedere realizzati i sogni dei propri componenti, quelle in cui amore, nostalgia, sacrificio e fierezza sono un tutt’uno, quelle stesse famiglie legate al contesto di nascita da un rapporto viscerale che nessuna distanza potrà mai affievolire.

Dentro, ancora, la consueta e disarmante opera di Carmine Abate, non esplicabile in toto per evidenti motivi di spazio (vi invito, di cuore, a leggere questo romanzo per coglierla tutta), ma che questo libro, come e più degli altri, è in grado di racchiudere per proiettarci in un viaggio ideale nelle tante vicissitudini di questa terra.

Nell’attesa, è proprio il caso di dirlo, del prossimo romanzo, nel quale, c’è da starne certi, la sempre fervida espressività di Carmine Abate troverà nuovamente “sfogo”, non resta che recarsi ad uno dei tanti eventi che l’autore avrà in programma in terra di Calabria e non solo.

Magari, perché no, in quel di Hora, pardon di Carfizzi, dove, fatti salvi eventuali imprevisti, alla prossima occasione, non vorrò sicuramente mancare.