SI’ VA A VOTARE
Nella tradizionale dicotomia, tutta incomprensibilmente italica, che dinnanzi alla forma di partecipazione popolare più alta, il referendum, si chiede se votare o “andare al mare”, ho naturalmente scelto di andare a votare.
Il mio sarà un deciso, mediato, ponderato e, per questo, ancora più convinto SI.
Dietro questa scelta, che mi auguro sia quella di molti altri italiani, una serie di considerazioni che riguardano l’essenza del quesito, per quanto ovviamente interpretabile dal mio punto di vista, di carattere tecnico, di opportunità, di dovere di partecipazione, di distinguo da un certo modo di fare politica, tristemente attuale nell’epopea renziana (?) che si trova ad attraversare il Paese.
Il mio SI’ va anzitutto in direzione opposta da quello che è l’incedere di un Governo sempre teso ad isolarsi ed a “scegliere” unilateralmente su talune tematiche, oltre che da un Partito, quello Democratico, prigioniero di una deriva totalitaria, quella prospettata dal suo leader e dalla corte dei suoi adepti, dalla quale inviterei a prendere le distanze anche quel poco di buono che lì dentro c’è rimasto o è costretto a rimanerci (Emiliano docet).
Ma davvero si può considerare credibile, un Partito che, da forza di Governo, invita all’astensione piuttosto che ad argomentare le proprie scelte su una materia delicata, quale quella delle “politiche energetiche” intese più ad ampio raggio?
E davvero, nel caso si credesse di essere dalla parte della ragione, non sarebbe stato meglio dare voce alle ragioni del NO (laddove ce ne fossero) piuttosto che invitare a disertare le urne?
E, infine, non sarebbe stato più opportuno far coincidere la data del referendum con quella delle amministrative di giugno, con conseguente risparmio di risorse ed esplicitando una reale volontà di sottoporre al giudizio dei cittadini il proprio operato?
Certo che queste domande non troveranno ovviamente risposte, ritengo che le ragioni del SI’ poggino, principalmente ed in maniera solida, su ragioni economiche, ambientali e di salvaguardia del territorio.
Non bisogna essere necessariamente tecnici per comprenderle, come non bisogna essere ambientalisti acerrimi (io non lo sono) per coglierle.
Nella disputa che l’appuntamento referendario rappresenta, i fronti aperti e le questioni in campo sono molteplici, al pari degli interessi in gioco ben più importanti di quanto si pensi e di quanto la scarsa attenzione dei media abbia voluto fare intendere.
Questione essenziale è anzitutto la contrapposizione, anche questa inspiegabilmente nostrana, fra energia tradizionale e fonti energetiche rinnovabili.
Sotto questo aspetto, si tratta di scegliere fra il condividere e l’assecondare le scelte del governo della “nazione” di Renzi/Guidi, i cui provvedimenti seguono il solco “fossile” tracciato dagli Esecutivi precedenti ((Berlusconi/Romani, Monti/Passera e Letta/Zanonato) oppure iniziare a considerare sotto un’ottica diversa, uno dei settori economici del nostro Paese, ovvero quelle delle fonti rinnovabili.
Magari incentivando, per davvero e non solo a parole, un settore immediatamente espandibile, la cui progressiva relegazione a “fenomeno di nicchia” ha sin qui tradotto opportunità spaventose e gigantesche, in grado di garantire “posti di lavoro” (quelli veri) e crescita economica che va ben oltre la disincentivazione governativa che di fatto ha osteggiato il propagarsi tali fonti, nel classico “poteva essere, ma non è stato”.
Sull’altro campo, la posta in pallio riguarda una delle questioni referendarie più strategiche, ovvero la presunta irrinunciabilità del sistema-Italia all’utilizzo delle fonti fossili (metano e petrolio) presenti nel sottosuolo.
In realtà, i numeri dicono tutto tranne che di “metano” e “petrolio” non si possa vivere, né vi è traccia di “indipendenza energetica” assoluta e duratura nel continuare a perseguire questa strada, senza imboccare, di contro, il bivio che porta diritto verso la diffusione capillare delle “energie alternative” e di una vera e propria cultura della “democrazia energetica”.
Né invita all’astensione o al NO l’analisi di altri fattori strettamente connessi al voto del 17 aprile: la tutela smisurata di interessi e profitti delle multinazionali petrolifere, la salvaguardia praticamente inesistente di territorio e mare (Mediterraneo in primis), l’assoluta mancanza, nei fatti e non solo a parole, di una considerazione dell’impatto delle risorse fossili (metano compreso) in termini di “emissioni” ed inquinamento.
Ragion per cui, senza snocciolare tutti i fondamenti scientifici (sarebbero troppi) che fortificano l’ipotesi di una risposta affermativa al quesito referendario, sgombri da qualsivoglia appartenenza, da qualsivoglia reticenza, la strada da imboccare è presto detta.
Non va verso il mare (di week end in cui andare ce ne saranno altri), ma va dritta “per il mare” e per l’ambiente.
È una strada che va verso un futuro più sostenibile delle future generazione, dell’ambiente in generale e del mare in particolare.
Un futuro per costruire il quale, una solo apparentemente insignificante domenica d’aprile, può invece rappresentare tappa cruciale e fondamentale.
SI va quindi a votare.
