CARNE DA CANCRO
Le carni lavorate come wurstel, pancetta, ma anche prosciutti, salsicce, carne in scatola, secca o preparati a base di sughi di carne sono cancerogene e vanno inserite nel gruppo 1, ovvero fra quelle sostanze che causano il cancro a pericolosità più alta come il fumo e il benzene.”
Ed anche le “carni rosse non lavorate sono fra quelle probabilmente cancerogene”.
Le conclusioni dello studio condotto da un gruppo di 22 esperti dell’International Agency for Research on Cancer (IARC) dell’Oms in 10 diverse nazioni, come ampiamente prevedibile, hanno fatto deflagrare il dibattito su una questione antica quanto l’esistenza umana, non fosse altro perché connessa a bisogni primari quali alimentazione e salute.
La discussione che contrappone da decenni nutrizionisti ed esperti del settore, animalisti e tradizionalisti, vegetariani o vegani e “carnivori”, finisce così di botto, in pasto al più ordinario “sentire comune”.
Ne consegue che la notizia diviene apertura delle prime pagine di telegiornali e di quotidiani e che anche su internet, fra allarmismi e moderatismi, ognuno finisca per “sfamarsi” di preoccupazioni o vanti, abbandonarsi ad analisi e critiche, a conferme e/o smentite.
Se dal punto di vista strettamente scientifico, il risultato dell’indagine non lascia spazio ad interpretazioni (i numeri parlano chiaro), gli interrogativi, numerosi come non mai, sorgono laddove si rapportano le conclusioni dell’Oms con le abitudini alimentari di ciascuno di noi.
Le prime domande che mi vengono in mente sono le seguenti: come mai, assunti scientifici così lampanti emergono solo ora?
Ed ancora: perché in questi decenni, alcuni aspetti di questa ricerca sono stati letteralmente inabissati da un’educazione alimentare che specie nei paesi sviluppati è andata in tutt’altra direzione?
Ogni considerazione, personale o oggettiva che dir si voglia, riguarda così un intreccio vasto e complesso di fattori, di abitudini che, partendo proprio dal campo dell’educazione alimentare, si collegano ad elementi di carattere socio-antropologico, culturale, storico e persino esistenziale.
Il dato più incredibile è il seguente: quella carne che, in trascorsi tempi di povertà, era considerata come approdo sicuro per scampare alla sofferenza ed alla malnutrizione di intere generazioni, diviene oggi simbolo di cattiva nutrizione e persino di patologie che di sofferenza lo sanno e finanche troppo.
Tutto questo è il prezzo da pagare al progresso, all’ industrializzazione, alla globalizzazione.
Facce di una medaglia in cui si vive per cibarsi più che cibarsi per vivere ed in cui ogni prodotto, carne in primis, rappresenta essenzialmente fonte di guadagno da diffondere su larga scala, “foraggio” per una popolazione smisurata, quella mondiale (non tutta a dire il vero), che altrettanto smodatamente cresce e si alimenta.
In mezzo, un universo più o meno controverso che sa di bestiame sfruttato, di allevamenti affollati all’inverosimile per commercializzare quanto più possibile, di qualità sacrificata e di quantità dopata, di antibiotici utilizzati non proprio lecitamente per mantenere grandi distribuzioni che di grande hanno solo il fatturato.
In mezzo, inoltre, le abitudini alimentari di ciascuno di noi, quel patrimonio di (sana) alimentazione che poi tale non è, o almeno non lo è sempre e per colpe non esclusivamente proprie.
Per spiegarmi, racconto la mia esperienza.
Nato a cresciuto in un paese di montagna, la carne, specie quella rossa, è per me (per noi direi) alimento posto al vertice della piramide alimentare.
In un contesto in cui fino a pochi anni or sono ogni famiglia allevava il suo bel maialetto, ostentava e godeva dei succulenti derivati (insaccati e prosciutti vari), la carne è di certo l’alimento più presente sulla tavola.
Più di frutta e verdura, persino più di quell’altro vezzo italico che è la pasta.
Se per anni cresci con la convinzione di quanto sia salutare auto prodursi la carne, oppure di quanto rinforzi il tuo fisico una bella bistecca sulla brace, se per decenni convivi con sostanziose “frese”, se da sempre il barbecue è compagno fisso delle tue scampagnate fuori porta, accettare di buon grado quanto sentenziato dall’Oms è esercizio quasi proibitivo.
Lo è anche per le nuove generazioni, quelle cresciute a colpi di “hot dog” o di panini del fast-food, di “spinacine” e salsicciotti di varia e spesso dubbia provenienza.
Diciamo che difficile lo è un po’ per tutti, anche per i più intransigenti ed integralisti che la scelta di non mangiare carne l’hanno fatta in tempi non sospetti, ma che chissà quante volte avrebbero voluto abbandonarsi al piacere della “proteina animale”.
Restando nel campo dell’esperienza, per quanto mi riguarda, devo dire che negli ultimi anni ho sensibilmente ridotto il consumo di carne e di insaccati, sostituendolo quanto più possibile con il consumo di frutta, verdura, cereali, legumi e prodotti integrali.
Più volte sedotto da una svolta “vegana” mai del tutto compiuta, per costrizione, vezzo o anche solo per abitudine, la carne rossa non è tuttavia scomparsa dalla mia dieta. In compenso, si è quasi azzerato il consumo di “carne lavorata”; resta solo qualche “spinacina” di troppo a cui ricorrere, impropriamente, quando si va di fretta.
Credo di essere sulla strada giusta, anche se reputo difficile eliminare del tutto la carne rossa; se mai, ne limiterò l’utilizzo per coglierne solo gli importanti “valori nutrizionali” che la stessa indagine dell’Oms sottolinea e ribadisce.
L’ obiettivo, in altre parole, è quello di riservare alla carne un piccolo angolino della dieta settimanale (una volta potrebbe bastare) e di integrare le proteine necessarie per il proprio fabbisogno con un consumo più frequente di carni bianche, di proteine vegetali e di fibre.
Auspico che il monito lanciato da Oms sia pertanto colto, senza particolari isterismi, anche da molti italiani (secondo uno studio Aiom, citato dall’Ansa, il 9% degli italiani nel 2010 mangiava carne rossa o insaccati tutti i giorni, il 56% 3-4 volte a settimana) al fine di ridurre al minimo l’impatto che un consumo sfrenato di carne rossa può avere sul sorgere di talune patologie.
Perché un nuovo approccio alimentare possa prendere il sopravvento, ritengo tuttavia propedeutico il propagarsi di una nuova “cultura del cibo”.
Una necessaria campagna educativa deve necessariamente partire dalle scuole, laddove far emergere che frutta, verdura, legumi, proteine vegetali (per citarne alcuni) sono alimenti più nobili della carne rossa e con eguali principi nutrizionali.
Accanto al lato culturale, credo sia parimenti necessario incentivare l’acquisto ed il conseguente consumo di prodotti integrali e biologici, vegani o vegetali che dir si voglia.
Se questi ultimi sono meglio della carne rossa (ed effettivamente lo sono), è vitale che ogni famiglia ne aumenti il consumo; ne deriva che i prezzi devono essere un tantino meno esagerati.
Mantenere inalterata la qualità, ma a costi minori rappresenta pertanto la strada da percorrere per sostituire la carne e la sua “incombente presenza” senza che prezzi esagerati odorino, anche in questo caso, di speculazione.
Questa traccia, associata da una vera e propria “politica della salute”, soggettiva ed istituzionale, in cui l’alimentazione viaggi di pari passo con l’esercizio fisico, può far sì che quanto concluso da Oms divenga “comportamento da acquisire”, con determinazione e senza accanimento, nell’ottica di un’alimentazione comunque più sana ed equilibrata.
Fermo restando che, serviranno decenni per modificare le nostre abitudini e far scomparire la carne rossa dal nostro immaginario culinario.
In fondo si è sempre saputo che la carne è debole, al massimo si è sentito di “carne da macello”; oggi è dura scoprire che si tratta di “carne da cancro”.
