I NUMERI DICONO ALTRO
La recente morte di David Raggi, ragazzo ternano di 27 anni barbaramente ucciso da un quasi coetaneo di nazionalità straniera, ha tristemente riaperto il dibattito, sempre attuale e persino svalutato, su immigrazione ed extracomunitari.
Un deciso rifiuto ad abbandonarsi a facili strumentalizzazioni e ad analisi qualunquistiche credo sia il miglior viatico per analizzare la questione complessa, delicata e non racchiudibile in reazioni di pancia che risentono di pregiudizi e temporanee contingenze.
Nello specifico, alla famiglia di David va ovviamente la mia solidarietà per una morte atroce e beffarda, alla quale reagire con la fermezza che tale gesto di violenza presuppone.
Detto questo, il clamore mediatico che si accompagna ogni qualvolta a compiere un gesto violento sia uno straniero, specie se confrontato al silenzio e all’indifferenza che spesso circonda gesti simili compiuti da nostri connazionali, è una delle tante stolture e note stonate che derivano da una lettura parziale e tendenziosa del “fenomeno immigrazione”.
La violenza è violenza e come tale va allontanata dal vivere quotidiano di un Paese civile; condannare duramente tutti gli episodi che hanno connotati deviati è per questo l’atteggiamento più giusto.
Ciò deve avvenire se il gesto è opera di uno straniero e/o del ragazzo della porta accanto, del marito apparentemente irreprensibile che uccide la moglie o dell’insospettabile vicino di casa che si incontra tutti i giorni e che mai avremmo ritenuto capace di taluni gesti.
Differenziare le risposte dinnanzi ad ogni espressione di sopraffazione, attribuirla quasi preventivamente allo straniero, reagire più velocemente se a compiere un reato sia un marocchino o un albanese piuttosto che un giovanotto di casa nostra, è invece terribilmente ingiusto.
Presupposti animati da pregiudizi sterili, “questi immigrati sono tutti delinquenti da cacciare via dall’Italia”, o ancora, “questi ci rubano il lavoro”, “lo Stato gli da 30 euro al giorno”, sono infatti il modo peggiore di affrontare il “problema”.
O meglio, di non affrontarlo mai in maniera risolutiva e di farsi condizionare da una politica dell’accoglienza praticamente inesistente, ma che puntualmente, ad orologeria ed a convenienza, si trasforma in tematica propagandistica utile a “catturare” quell’elettorato esageratamente (mi si permetta di dirlo) sensibile a tale questione.
Utilizzo un esempio, anche questo attuale, per farmi capire.
É di pochi giorni fa, la protesta, tanto reclamizzata, di alcuni immigrati, ospiti del Cara di Isola Capo Rizzuto che hanno bloccato la SS 106 ionica, paralizzando il traffico e creando forti disagi al vicino Aeroporto di Crotone.
Andare sino in fondo per capire le ragioni della protesta, interessarsi realmente alle condizioni in cui vivono o sono costretti a vivere (dipende dai punti di vista) gli ospiti, analizzare dettagliatamente la gestione di quel Centro e di tutti gli altri che in Calabria, come in altre regioni, designano un panorama non sempre “chiaro”, sarebbe l’unico modo per “farsi un’opinione” realmente critica ed oggettiva.
In questo paese che, sull’onda di un’emotività esagerata erge l’immigrazione a problema più di quanto lo sia realmente (me ne vengono in mente cinque o sei di mali nazionali ben più stringenti), accade invece che le reazioni siano diverse.
Fra quella di Salvini, insospettabilmente “filomeridionale” solo per “fini elettorali”, e quella di Laura Ferrara, deputata cinquestelle che da mesi si interessa al Cara di Isola Capo Rizzuto, io preferisco decisamente la seconda; non per ragioni di appartenenza, ma di condivisione sul come una vicenda così delicata debba essere approfondita, specie da chi ricopre ruoli istituzionali.
Al di là di tutto, la base di partenza per accostarsi al fenomeno migratorio, comprenderne il perchè e approntare le dovute risposte (che pur ci vogliono) è quella di un’analisi scevra da condizionamenti ideologici (qui non si tratta di essere di destra o di sinistra), mediatici (il clamore allontana dalla realtà dei fatti) e razziali (intesi quali bassi pregiudizi da educare e sopprimere).
I numeri possono, in tal senso, aiutare ed è consigliabile pertanto darvi un’occhiata.
Ci si accorgerà così che gli stranieri non “vengono tutti in Italia”: quelli della penisola, infatti, sono poco più di 5 milioni in mezzo (l’8% della popolazione), mentre in Regno Unito, Germania e Spagna la loro presenza è decisamente superiore.
Si prenderà inoltre atto che la Germania, il paese con il maggior numero di residenti stranieri (7,4 milioni), è anche l’unico paese che non ha praticamente risentito della crisi che ha coinvolto il resto dell’Europa.
E si verificherà poi come non “li manteniamo con i nostri soldi”, che gli stranieri contribuiscono, con il loro lavoro, al Pil italiano per l’11% mentre lo Stato stanzia per loro meno del 3% dell’intera spesa sociale.
Si scoprirà quindi che gli immigrati, non solo gravano poco sul bilancio nazionale, ma in ragione di un’età media inferiore rispetto a quella dei lavoratori italiani (31 vs 44) versano contributi (circa 9 miliardi) che oggi servono a pagare le pensioni italiane, atteso che solo nel 2025 gli stranieri pensionati saranno 1 su 25, mentre gli italiani pensionati sono già oggi 1 su 3.
Se poi non bastasse, si potrebbe smontare il più classico del “non rispettano le leggi”: negli ultimi 20 anni, infatti, la presenza straniera in Italia è aumentata del 246% (fonte ISTAT), mentre il numero dei reati del 2007 è stato pari a quello del 1991.
Ed anche l’inflazionato “sono avvantaggiati nelle graduatorie per la casa” verrebbe a cadere se solo si considerasse che la nazionalità non compare fra i criteri per l’assegnazione della casa, come peraltro confermato dai dati dei bandi di Torino 2009 (45% dei richiedenti stranieri e 10% di esso assegnatario di una casa), Genova (su 185 alloggi a disposizione, 9 sono per gli immigrati), Monza (su 100 assegnazioni, solo 22 agli stranieri) e Bologna (su 12.548 alloggi popolari assegnati, 1.122 agli stranieri).
Per ultimo, ma non per importanza, anche l’incombente “pericolo ISIS”, declinato con “i musulmani ci stanno invadendo” crollerebbe al cospetto dell’origine etnica e religiosa degli stranieri presenti in Italia: 1 milione di rumeni (per la maggior parte ortodossi), 600 mila albanesi (di cui il 70% non praticanti ed in parte ortodossi), 500 mila marocchini (solo questi totalmente musulmani) e 200 mila cinesi (quasi tutti atei).
Se come citava A. Bloch “un buon capro espiatorio vale quasi quanto una soluzione”, sarà mica vero che sull’immigrazione “i numeri dicono altro”?
