VIAGGIO ALL’INTERNO DELL’ISIS
Il venerdì nero del 13 novembre, facilmente archiviabile come l’“l’11 settembre francese” è evento tragico e di quelli che segnano un’epoca.
Come tale, le conseguenze che ne derivano rischiano di sconvolgere il destino di una nazione (la Francia), di tutto un continente (l’Europa) fino ad invadere la quotidianità di una civiltà intera (quella occidentale) e le abitudini di ciascun cittadino che respira queste dimensioni.
Se sgomento e paura sono ancora presenti (non potrebbe essere altrimenti), la tragica serata parigina fa emergere una serie di considerazioni che vale la pena analizzare a fondo per sgomberare il campo da visioni semplicistiche che mal si conciliano con la complessità della questione.
Il primo aspetto da approfondire è l’abusata coincidenza fra Islam e terrorismo.
Un contributo assolutamente esaustivo a riguardo è rappresentato dalle recenti dichiarazioni degli esponenti di “Front Nacional”, la formazione politica di riferimento della destra francese.
Senza entrare nel merito dei propositi programmatici di Fn e della sua leader, Marine Le Pen, indiscutibile è l’oggettiva validità di quanto affermato sul tanto vituperato rapporto fra civiltà islamica e matrice terroristica.
“Chi confonde i terroristi con la maggior parte dei musulmani è uno stronzo. E mai il Front National avrebbe potuto usare l’espressione ‘bastardi islamici’: abbiamo una responsabilità politica”.
In piena campagna elettorale, il partito transalpino che vola nei sondaggi, più che preoccuparsi del riscontro elettorale, dice quindi un deciso “No” agli attacchi diretti e fuori dalle righe e si dissocia da chi accusa tutti i musulmani: “Sono cittadini francesi come gli altri che devono rispettare le regole di laicità. Ma chi li confonde con i terroristi è uno stronzo”.
Una linea di pensiero che non fa una piega e che stride fortemente con le dichiarazioni di alcuni politici e giornalisti italiani (da Matteo Salvini al deputato Gianluca Pini, fino al titolo di Libero “Bastardi islamici”) dai quali gli esponenti francesi prendono decisamente le distanze.
“Dichiarazioni simili in Francia? Non sarebbero possibili. Noi politici abbiamo una responsabilità e non possiamo esprimerci così. Nemmeno di fronte agli assassini. Mai. Non vale la pena. E’ chiaro che i giovani in Francia sono pieni di rabbia e gli animi sono molto tesi. Ma la funzione dei partiti è quella di canalizzare questo tipo di sentimento. Noi permettiamo alle persone di esprimersi democraticamente.
Un pensiero condivisibile in toto, esattamente contrario alla discussione interna ai confini italici, dove troppo spesso, in questi giorni, si sono ascoltati commenti impregnati di una becera strumentalizzazione a puri fini propagandistici.
Il diverso approccio dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, la differente sostanza programmatica e di contenuti che caratterizza Francia ed in Italia. Più costruttivo e finalizzato ad affrontare il problema senza badare a quanto una frase, detta o non detta, possa impattare sui sondaggi è l’approccio della Le Pen e dei suoi seguaci.
Per questo tale approccio è quello più comprensibile; perdersi in inutili teatrini dialettici rischia, infatti, di allontanare l’obiettivo reale della disputa, quello di definire effettivamente i contorni della pericolosità di Isis e di approntare, altrettanto realmente, le possibili soluzioni.
Anche da questo punto di vista, il massacro di Parigi deve indicare la strada da seguire senza che una qualsivoglia strategia, militare e non, sia imbrigliata dagli isterismi del momento.
Il punto di non ritorno deve perciò riguardare non la modifica di abitudini né tantomeno il sentirsi attanagliati da sentimenti di paura ed angoscia quando si assiste ad una partita di calcio o ad un concerto musicale, ma esclusivamente la volontà di sconfiggere Isis partendo dall’assunto che l’Isis è una trasposizione di ciò che l’Occidente voglia che sia.
La base da cui partire è che Isis non è uno stato, al di là delle sigle che gli si attribuiscono (Isis, Isil, Daesh, Stato Islamico) che contengono una chiave geografica, religiosa (Islam) e politica (Stato) esagerata se non addirittura fuorviante. A voler essere precisi, l’Isis non è neanche un califfato perché nessuno, nella comunità islamica, lo riconosce.
Né la sua matrice è preminentemente religiosa come si vuole far credere; i suoi vertici, infatti, badano al denaro, al potere, alla violenza e poco, o per nulla alla religione, della quale si servono per “reclutare” adepti e disperati specie fra quelli che abitano le banlieues parigine o i quartieri ghetto delle capitali del centro Europa.
Isis inoltre non amministra un territorio, ma solo pochi tratti del corso dell’Eufrate, del Tigri e della bretella che li collega da Mosul a Raqqa, in Iraq.
La sua dimensione pertanto non è così sconfinata o destinata ad espandersi. Tutt’altro.
Dal punto di vista politico e strategico, infatti, Isis non è nulla senza gli stati e i privati che lo appoggiano e lo foraggiano di soldi e armi, come dal punto di vista militare sarebbe ben poca cosa se non ci fosse l’indifferenza di coloro che dicono di combatterlo.
Isis, infine, non è neanche sponsor del terrorismo, al massimo ne è agente; sono invece sponsor tutti quelli, Stati e non, che sponsorizzano l’Isis, che frequentano il mercato nero dell’oro nero, delle armi, dei reperti archeologici e che fanno affari con i terroristi avvalendosi persino di intermediari occidentali.
Il punto è proprio quello; che si voglia credere o meno, Isis è eliminabile molto più facilmente di quel che è la convinzione più diffusa nell’opinione pubblica.
Militarmente, la vittoria, è sempre bene ricordarlo, ha il suo prezzo da pagare; un prezzo deplorevole e da condannare, perché la guerra è morte ed ogni morte, che sia siriana o francese, deve provocare moti di ribellione e biasimo.
Con altri metodi, sconfiggere Isis sarebbe finanche più indolore e più repentino.
Sarà mica ora di scegliere, finalmente, fra gli interessi, quelli sporchi, o il dover convivere con il ribrezzo di massacri e terrore?
