IL SALUTO DI SAVELLI A UNO DEI SUOI FIGLI
È una giornata uggiosa di metà stagione, una di quelle in cui non fa abbastanza freddo per essere inverno e il tempo è comunque fastidioso più del giusto.
La nebbia che compare e scompare, intervallata da una pioggia fine ed incessante si contrappongono per contendersi la scena.
Come quasi mai accade di questi tempi, Savelli si riempie, inaspettatamente, per un motivo per nulla piacevole: rendere omaggio ad uno dei suoi figli più conosciuti che ha improvvisamente posto fine alla sua esistenza terrena.
Sembra un funerale come tanti, in realtà è il ritrovo di molte generazioni di savellesi, alcuni presenti lì fisicamente, altri costretti ad esprimere sensazioni comuni e purtroppo lontane.
È la scena surreale di un passato che giammai più ritorna, ma che nella mente di chi lo ha vissuto diventa d’un tratto attuale.
È il momento, in cui nel chiudere per un attimo gli occhi, passano veloci gli anni della spensieratezza, attimi da assaporare con un pizzico di sana nostalgia quasi a riviverli come se fossero lì, ad uno schiocco di dita.
Ci sono dentro i volti di tanti ragazzi e ragazze, di quelli che si ritrovano abitualmente al bar per crescere insieme.
Sono le storie di gente comune, di giovani che si sono fatti in strada, di famiglie che sanno come nessuno il prezzo del sacrificio.
Di padri, madri e fratelli che vivono gli uni per gli altri, di poco che sa di conquista, di lotta continua e quotidiana, di scelte fatte, a testa alta, per affermare la propria appartenenza.
Ci sono poi quelli che ritornati da scuola fanno a gara per arrivare prima al bar ed accaparrarsi un posto per un ramino o una scala40.
C’è dentro una briscola in 6, “nu patrune e sutta“, ci sono esperienze forti, ideali comuni, talvolta screzi, comunque veri.
È roba per cuori forti, animi liberi, spiriti ribelli, tutto il senso di una Savelli che immagina il proprio futuro.
Sullo sfondo, si intravvede una focara accesa e maestosa, che trasuda di impegno e sudore, ci sono nottate interminabili in cui a dormire si va solo per sfinimento.
Ci sono locali stracolmi di gente, d’estate e d’inverno, c’è un vocio che rassicura e non fa per niente frastuono. Si sentono urla festanti, bicchieri che strillano, giovani che alticci sorridono, sfrontati, a quella vita che è tutta loro.
E ancora, ci sono stornelli puri anche se poco intonati, ci sono sfottò, si parla e si ride, si scherza e si condivide. Sì, soprattutto, si condivide, in un tutt’uno fatto di gente talvolta diversa e che sa sempre trovare valori comuni.
Ci sono piastre che sfornano panini e salsiccia, c’è uno spaghetto che allieta la mezzanotte, ci sono serenate nelle notti d’agosto.
C’è una strina cantata a squarciagola, una partita di pallone vista insieme, al campo o in TV, c’è il sapore di una “sigaretta” fumata insieme di nascosto.
Ci sono vino e whisky a farla da padrona, c’è il senso di un avvenire che sembra finanche lontano.
È il volto migliore di un futuro che appare distante, ma che oggi, come spesso talvolta vuol fare, si rivela nel suo lato peggiore.
