VITTORIO FELTRI, IL SUD E L’ITALIA
Sono stato parecchio tentato dal voler rispondere all’ultima farneticazione, una delle tante di una “luminosa” carriera, di un signore bergamasco, sulla ottantina, di professione giornalista, che per conquistare la ribalta, più che tentare di affidarsi ad una nobile penna, ha da sempre preferito dar sfoggio della sua proverbiale “stravaganza”.
Messo da parte l’orgoglio, tipicamente terronico, per fortuna posseduto da gran parte d’Italia e non solo da quella fetta di popolazione che al Meridione ci abita ancora, mi son detto che non avrei mai potuto controbattere ad uno che non condanna Hitler, nè tantomeno a chi in questo periodo di angoscia collettiva si affida al dileggio per “salire in cattedra”.
Piuttosto che concentrarmi sul “cosa” detto dal Vittorio nazionale, mi sono voluto soffermare, quindi, sul perchè di certe affermazioni.
Dentro questa riflessione, di per sè solo apparentemente scontata, che richiede tuttavia analisi prospettica per essere completata, ho scoperto un mondo, un universo sconfinato, figlio di un tempo in cui i social prevalgono sui contenuti, l’apparenza spazza via la sostanza, la fake news offusca la verità, l’immagine soppianta l’essenza.
Un contenitore che io definisco “mediaticità”, ma che potrebbe essere denominato in mille altri modi, all’interno di un sistema capitalistico e globale che ne propaga il regno ben oltre ogni lecita attesa.
E che in questi tempi, difficili un pò per tutti, a tutte le latitudini, non si attenua affatto, ma, paradossalmente, acquisisce forza.
Tradotto, Feltri ha semplicemente utilizzato il senso autentico di quella mediaticità come fatto da molti altri, in momenti di normalità quanto nell’attuale fase pandemica.
Se, infatti, resta intatta ogni considerazione sulla pochezza di “tesi” che non hanno alcun fondamento, la realtà è che Feltri parla del Sud solo per spostare l’attenzione dai fallimenti della sua Lombardia nella gestione della fase più delicata del propagarsi del Covid-19.
Inchiesta giornalistica degna di questo nome avrebbe infatti indagato sulle cause dei numeri evidenziati su suolo padano; ne avrebbe cercato di cogliere assonanze con il clima, con la cattiva gestione, con la sottovalutazione e, persino, con la sfortuna.
Nulla di tutto questo è stato invece sin qui fatto, da nessuno, neanche da Feltri che giornalista lo è e che di queste inchieste dovrebbe continuamente alimentarsi.
Il motivo è presto detto: in un mondo che viaggia solo sulla velocità di diffusione e trasmissione della notizia, in un contesto in cui i click contano più del contenuto della notizia medesima non serve indagare per scoprire la verità. Specie se scomoda.
Più conveniente è dire un qualcosa che ci azzecca poco o nulla, ma che sotto molti punti di vista fa anche più effetto.
Ciò, infatti, consente di distrarre, sposta lo sguardo, cattura attenzione e, cosa non da poco, crea audience.
Lo sport feltriano altro non è quindi che una disciplina ampiamente abusata, praticamente da tutti: politici, governanti, giornalisti ed anche da noi stessi, gente comune che di questo “gran circo” riteniamo di poter essere protagonisti, spesso esperti, per il sol fatto di possedere un profilo facebook o un account twitter (solo per citarne alcuni).
Ne sono testimonial, ad esempio, il Presidente della più grande Democrazia del mondo, lo stesso che oggi propone di iniettare un disinfettante per debellare il virus, che qualche settimana fa raccontava di numeri da banale influenza e che non ha mai provato a spiegare il perchè in quello stesso contesto si registri, e anche di gran lunga, il più alto numero di decessi da coronavirus.
Ma anche chi parlava argutamente di “immunità di gregge” e nel frattempo si beccava, libero ed incontrastato, il virus o chi, sfruttando un ruolo da leader di uno dei maggiori partiti italiani, si pavoneggiava in preda a smania d’aperitivo ma con il virus ha poi dovuto fare anch’egli i conti.
Ne sono esempi, quanto mai di successo, altri politici che “campano” a colpi di opposizione strumentale, gli stessi che prima chiedevano di chiudere ed oggi reclamano una riapertura incondizionata dopo aver praticamente detto tutto ed il suo esatto contrario.
O, ancora, chi oggi agita il Mes quale spauracchio e ieri lo sosteneva, chi dopo averci raccontato, per anni, che il vero problema erano gli immigrati oggi richiede integrazione, chi in Italia sostiene gli Eurobond ma poi in Europa non se ne cura affatto.
E, giusto per restare in tema, ne sono esempi tutti quei virologi e scienziati che ne hanno raccontato di ogni, coloro che si sono fatti catturare dalle smanie di talk show piuttosto che farsi prendere dalla volontà di studiare, realmente, un qualcosa di comunque poco conosciuto.
E, infine, ne siamo testimoni, più o meno inconsapevoli, un po’ tutti.
Quelli che da Nord oggi scappano al Sud e che solo ieri avrebbero fatto affondare i barconi di coloro che fuggivano dalla guerra, quelli che ogni giorno diventano, impropriamente, studiosi, gli economisti, i tuttologi e tutti quelli si credono tali per il sol fatto di avere una tastiera in mano.
Quelli che dimenticano i tagli fatti alla sanità italiana, che hanno rimosso le inchieste sulla sanità lombarda in mano ai privati, quelli che ripudiano la Germania e non ammettono che i tedeschi rispettano le regole mentre noi, per genetica, le disconosciamo.
Quelli che è sempre colpa degli altri un po’ dappertutto: a lavoro, nella vita di tutti i giorni, nei rapporti con i propri simili.
Perchè in fondo siamo tutti esponenti di questa società, malata ben al di là dei contorni di quella stessa pandemia che oggi ne minaccia l’esistenza.
In questo stato di cose è finanche fisiologico che uno dileggi il terrone di turno e non consideri affatto che anch’egli è terrone di un proprio Settentrione.
Questo virus potrebbe contribuire a cambiare le cose; dubito, però, possa riuscire a compiere questa grande impresa…
