OLIVERIO E LO SCIOPERO DELLA FAME
La vicenda politico-giudiziaria che vede indagato il Governatore della Calabria, Mario Oliverio, impone una serie di riflessioni che devono obbligatoriamente muoversi sul piano degli interrogativi e generare doverosa e soggettiva introspezione.
Lungi me valutare il contenuto più strettamente investigativo della questione, per dirimere la quale il lavoro degli inquirenti preposti rende più che mai mutuabile la spesso abusata locuzione che è preferibile attendere che “la giustizia faccia il proprio corso“.
Così come lungi da me schierarmi dall’una o dall’altra parte in quel giochino, diabolicamente alimentato dai social, che rispetto ad ogni argomento, anche quello più delicato come è il caso di specie, annovera gli ultras del “pro” contrapporsi a quelli del “contro“.
Quello che questa vicenda, peraltro alle battute iniziali, deve lasciarci in eredità, come cittadini calabresi prima che come elettori (aspetto del tutto secondario), rientra invece in un confine sottile che sarebbe bene non travalicare e che deve essere pervaso di interrogativi così come costellato da poche e circoscritte, almeno per ora, certezze.
Parto da quest’ultime.
Credo infinitamente nel lavoro quotidiano e prezioso che in una terra maledetta, come la nostra, svolgono Magistrati schierati in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata.
Per questo ho sempre ammirato l’attività di Nicola Gratteri, esaltandone le gesta e avendo modo di apprezzare, talvolta anche dal vivo, le testimonianze ed i coinvolgenti racconti di uomo impegnato, a difesa del bene comune, contro le mafie.
Ora e sempre, quindi, sia benedetta l’opera di rappresentanti dello Stato come l’incommensurabile Nicola.
Il pieno sostegno all’azione di Gratteri, anche in riferimento a quest’ultimo ciclone giudiziario che coinvolge l’istituzione regionale, non deve fare perdere, tuttavia, il senso della giustizia che è proprio Gratteri ad insegnarci.
Per preservarne l’essenza, ognuno dovrebbe pensare, agire ed argomentare solo in ragione di ponderate sicurezze piuttosto che in preda a grossolani “raptus da tastiera” alimentati da rabbie imbecilli (per dirla alla Umberto Eco), divenute sconfortanti consuetudini di un “virtuale” evidentemente poco qualitativo.
Ed ecco presto detta la seconda certezza.
Mario Oliverio è iscritto nel registro degli indagati e sottoposto ad obbligo di dimora nella sua residenza. Come tale, egli non è colpevole, proprio in virtù di quella presunzione di innocenza che è fondamento di uno Stato di diritto.
Seppur criticabile, politicamente, per quanto fatto o non fatto, almeno fino a prova contraria che conduca a sentenza passata in giudicato, egli non può e non deve essere oggetto di giustizia sommaria, tanto più di gogna mediatica talvolta ipocrita e infida.
Né gli si possono attribuire responsabilità prima che le stesse vengano accertate dal corso delle indagini di cui prima si diceva.
E non perché ci sia da giustificarne l’operato amministrativo o perché ci sia, di contro, da sottolinearne le “pecche” evidenziate nel Governo della Regione.
Semplicemente, perché in uno Stato che si definisce civile e democratico è così che funziona e non può che essere altrimenti.
Tradotto in soldoni, io che Oliverio l’ho votato, non lo rivoterei perché giudico negativamente il suo operato, ma non devo, non posso e non voglio in alcun modo iscrivermi fra quelli che puntano il dito contro, a priori e per partito preso, senza che prima emerga la verità vera dei fatti.
Per lo stesso motivo, prudenza mista a riflessione, non posso che prendere le distanze dal pressapochismo che l’affaire Oliverio fa dilagare nella “rete” e che rappresenta aspetto sociale non del tutto marginale, almeno a mio avviso, della vicenda.
Se è vero, infatti, che la questione più strettamente giudiziaria sarà caratterizzata da un iter ben definito, finanche desolante e senza limiti è il contorno di opinioni che ho potuto cogliere nello sconfinato “spazio virtuale” in cui tutti sembrano aver titolo per ergersi a giudici e/o accusatori.
Accade così che tutti i calabresi si riscoprano sorpresi e attoniti, dimenticando che nel nostro Paese, come nella nostra Regione, certificati “sconfinamenti” fra Stato e malaffare rappresentano purtroppo la regola e non l’eccezione.
Accade che il calabrese si ritrovi, insospettabilmente, trasparente, efficiente, bisognoso di giustizia, quando invece la propria quotidianità è intrisa di “storture” di cui egli stesso, più o meno consapevolmente, tende a beneficiare e/o contro le quali è costretto a combattere.
Accade così che questa vicenda faccia riparlare dei giovani che partono, quando ci starebbe da stare più che contenti se l’ondata migratoria coinvolgesse la sola “parentesi Oliverio” e non fosse invece una piaga secolare di una terra geneticamente sconquassata da decenni di “valigie di cartone”.
Accade anche che chi oggi esprime sdegno, solo ieri abbia sostenuto, e pure convintamente, le stesse effigie del Governatore solo perché in certi contesti, magari residenzialmente più prossimi, sotto quelle stesse effigie si presentavano parenti e/o amici che era doveroso e comodo sostenere.
Accade, in altri termini, che prima di guardarsi allo specchio, prima di giudicare il proprio operato come cittadino, come utente, come elettore, di eventualmente criticarlo e metterlo in discussione, ciascuno ritiene più comodo sedersi idealmente in una Curva, postare e twittare a iosa, cambiare sciarpa a proprio piacimento, piuttosto che attuare nel proprio vissuto quanto nobilmente predica dal proprio pc o smartphone.
Se quindi il corso degli eventi, anche nel futuro più prossimo, delineerà più compiutamente i contorni di un’inchiesta che, per ammissione dello stesso Gratteri, è solo all’inizio, servirà ben altro perché la cultura della Regione proceda verso quella legalità diffusa ad oggi solo professata o, al massimo, titolo ad effetto di progetti formativi di vario genere.
Serviranno prima di tutto o, se preferibile finalmente, i calabresi; altrimenti sarà quasi automatica la reale trasformazione in una “landa desolata” in cui di fame si morirà senza bisogno di dover scioperare…
