LAVORO CERCASI

Foto Lavoro Cercasi

Inesorabili ed evidenti più di ogni altro slogan o proclama, i dati Istat sul mercato del lavoro, relativi a luglio 2016, delineano i tratti di un’Italia che tutto è tranne che in ripresa.

Eloquente il dato riferito agli “occupati”, proprio quello a cui erano affidate le speranze di un miglioramento generale seppur flebile e graduale (i boom non apparterranno a questo tempo per molto altro tempo ancora).

Dopo quattro mesi di aumento, infatti, a luglio il numero degli occupati segna un meno 0,3% rispetto al mese precedente che, tradotto in valore assoluto, coincide con un poco incoraggiante meno 63.000 unità, ovvero decine di migliaia di persone senza più un lavoro rispetto al mese scorso.

A questo dato, in controtendenza rispetto al recente passato, se ne aggiungono altri che negativi lo sono da tempo e che come tali rappresentano criticità strutturali di cui dover tenere conto in tale ambito.

Aumentata (tanto per cambiare) di uno 0,4%, pari a 53.000 unità, è infatti la platea degli “inattivi”, ovvero di quelle persone che in pratica non cercano lavoro in quanto sfiduciati a farlo.

Le cose non migliorano se si volge l’attenzione ad alcuni indicatori che sintetizzano al meglio la realtà del mercato del lavoro interno e che sicuramente non fanno emergere una situazione rosea.

In tal senso, decisamente preoccupante è la risalita di due punti percentuali del tasso di disoccupazione giovanile (giovani fra i 15 ed i 24 anni), la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli “attivi”, tornato a salire ed attestatosi al 39,2%, il livello di inizio anno.

L’unico dato positivo è il calo della disoccupazione generale, passata dall’11,6 all’11,4%, sulla cui flessione pesa però la crescita delle persone “scoraggiate“, di quelle cioè che hanno smesso di cercare lavoro, che non fanno più parte della platea dei “disoccupati”, ma che il lavoro non ce l’hanno affatto e che, per cause molteplici e per molti versi drammatiche, neanche lo cercano.

A supportare una sensazione pessimistica, ma alquanto realistica, i segnali di frenata sono in linea con la battuta d’arresto del prodotto interno lordo nel secondo trimestre, con un’uguaglianza scontata che diventa ancor più attuale: un Paese che non cresce non può in alcun modo creare posti di lavoro.

Dal punto di vista demografico, il calo su base mensile è attribuibile sia agli uomini sia, in misura maggiore, alle donne e riguarda gli autonomi (meno 68.000), mentre restano sostanzialmente invariati i dipendenti.

Approfondendo poi l’analisi dal punto di vista delle fasce d’età, la situazione risulta parecchio variabile: tendenza di un calo degli occupati under 49 ed aumento di quelli over 50 per effetto dell’aumento dell’età pensionabile, con un progressivo “invecchiamento” della forza lavoro che non incoraggia di certo l’innovazione e l’efficienza.

Mentre dalla Germania giungono dati decisamente diversi, addirittura migliori rispetto alle previsioni della vigilia (calo del numero di disoccupati di 7.000 unità e tasso di disoccupazione fermo al 6,1%), ci saranno da attendersi reazioni diverse in sede di commento di questi dati.

Da qualunque parte provengano, Governo e minoranze, l’augurio è che possa trattarsi di valutazione oggettive e slegate da posizioni preconcette.

La realtà, infatti, più che frasi ad effetto, impone delle scelte, per giunta rapide, tempestive, stabili e durature.

Urgono meno celebrazioni e più sostanza, più interventi strutturali (reddito di cittadinanza, patto generazionale, seria politica di sgravi assunzionali ad esempio) che riforme annunciate in pompa magna e produttive di soli effetti mediatici.

Urge fare i conti con i numeri, anche perché, mai come in questo caso, le cifre coincidono con le sorti di persone e di lavoratori, di uomini erranti e precari, di famiglie sempre più potenziali e/o dal  futuro comunque incerto (altro che “fertility day”).

Più che affannarsi alla ricerca di “gufi”, occorre trovare soluzioni; il referendum, in fondo, può anche attendere.