FAMIGLIA TRADIZIONALE VS FAMIGLIA ALTERNATIVA

Foto Unioni civili

A pochi giorni di distanza dal “Family Day” romano dello scorso 30 gennaio, tiene ancora banco il dibattito istituzionale e nazional-popolare sul “ddl Cirinnà” in tema di unioni civili.

Confesso di aver ricercato, sul web e sui giornali, diverse opinioni inerenti la materia, al fine di prenderne spunto ed arricchire i miei convincimenti a riguardo.

Ogni contributo, seppur autorevole ed intellettualmente di spessore, non mi ha convinto del tutto perché sempre condizionato da quel velo di ipocrisia e di “clericalismo” che stride, a parer mio, con uno Stato, quale il nostro, che della laicità delle istituzioni e del pensiero deve (dovrebbe) farne proprio pilastro fondamentale.

Per questo motivo, la mia opinione è che sulla materia non deve e non può esistere un’opinione.

Il panorama dei diritti civili, quello apparentemente più “impervio” del mondo omosessuale, è semplicemente un mondo che va riconosciuto ed accettato senza se e senza ma.

Ne va appunto della laicità dello Stato che è valore inderogabile, ne va della libertà dell’individuo che è principio ancor più fondamentale, ne va della deprecabile opera di discriminare persone e di limitare i loro diritti solo in ragione delle proprie preferenze sessuali.

Da questo punto di vista non vi può essere pertanto giudizio soggettivo; l’oggettività impone l’approvazione repentina e veloce della riforma Cirinnà senza ulteriori tentennamenti, senza modifiche sostanziali che potrebbero alterarne l’impianto e le finalità.

Se e quando la Cirinnà diverrà legge sarà fin troppo tardi visto che l’Italia è l’unico Paese europeo a negare ed a non riconoscere i più elementari diritti alle coppie gay.

Per entrare nell’ottica che la legge va approvata e promulgata il prima possibile occorre pertanto che il dibattito venga anzitutto depurato dalla deprecabile gogna della strumentalizzazione politica.

Riconoscere alcuni diritti non è né di destra né di sinistra; nel momento in cui l’ideologia, o presunta tale, irrompe nella discussione ciò significa che il dibattito non si muove nella giusta direzione.

Non vi può essere, infatti, per nessun comprensibile motivo, corrente politica che debba e possa osteggiare il propagarsi di condizioni di uguaglianza fra i propri cittadini.

Né tantomeno l’essenza della questione riguarda la contrapposizione fra cattolici e miscredenti.

“Se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla”.

Basta questa sintetica riflessione di Papa Francesco, non un cattolico qualsiasi direi, a sintetizzare l’essenza della questione anche avendo a riguardo l’aspetto più strettamente “cristiano”, se tale si può definire.

Atteso che non mi sembra che le sacre scritture trattino la materia (dovrei approfondire), fatta salva la contrarietà ad alcuni esibizionismi che caratterizzano il mondo gay, credo che gli ambienti ecclesiastici non possano spingersi oltremodo “contro” il riconoscimento di alcune realtà che oramai pervadono giustamente la nostra società, il nostro costume e le nostre comunità.

La sostanza non cambia se si analizza il tutto in virtù della dicotomia, anche questa presunta più che reale, tra famiglia tradizionale e famiglia omosessuale.

Anche sotto questo aspetto pertanto, il campo va sgomberato da talune leggende metropolitane che nella pratica si rivelano più che infondate.

La solidità della famiglia tradizionale non risente in alcun modo della previsione di diritti per le coppie omosessuali.

Le materie sono pertanto distinte e coloro che fanno coincidere il declino dell’una con il diffondersi delle “altre” sono anche qui lontanissimi dalla reale essenza della tematica.

Se la famiglia tradizionale è in crisi e lo è, le cause non sono affatto da ricercare nel proliferare dell’omosessualità o della sua regolamentazione, ma piuttosto nel generale e diffuso depauperarsi dei valori fondativi della famiglia stessa per come originariamente concepita.

Fossi stato fra quelli che hanno preso parte al “Family Day” (non erano per nulla 2 milioni) più che preso dal desiderio di osteggiare l’approvazione della Legge Cirinnà avrei lottato per il recupero dei valori anzidetti.

Mi sarei chiesto perché esistono sempre più famiglie sulla carta che non nella realtà, il perché si debba parlare di “famiglie allargate”, mi sarei interrogato sull’attuale “stato di salute” della famiglia italiana intesa nella sua accezione più comune.

Mi sarei chiesto come mai l’Italia, quasi sempre governata da cattolici veri o presunti (gli unici premier repubblicani dichiaratamente agnostici in 70 anni sono stati Spadolini, Craxi, Amato e D’Alema), è il fanalino di coda in Europa per le politiche a sostegno della famiglia (vi investe l’1% del Pil contro l’1,7% della media europea)

Avrei posto il problema di una scarsa attenzione a politiche in tale ambito, visto che meno del 12% dei bimbi da 0 a 2 anni usufruisce di un asilo nido comunale, che le madri con figli (tasso di attività del 63%) hanno molta più difficoltà a lavorare di quelle senza (82%) e che una donna incinta su 4 perde il lavoro dopo il parto.

Avrei passato al setaccio le motivazioni per cui “metter su famiglia” è un lusso per pochi, oltre che le cause dello scarso tasso di natalità del Belpaese (con 8,5 bambini ogni mille abitanti, siamo in fondo pure a tale classifica a livello europeo).

Certamente avrei corretto il tiro delle mie pacifiche rivendicazioni: anziché negare i diritti alle coppie di fatto, avrei puntato ad allargare le opportunità per quelle sposate e, anziché lanciare allarmi terroristici sull’utero in affitto, mi sarei battuto per lo snellimento delle procedure per le adozioni (in Italia si sono dimezzate negli ultimi 10 anni).

Poter essere etero o omosessuale, vedersi riconosciuti eguali diritti ed opportunità è battaglia che esula da ogni parziale lettura di quello che può apparire un fenomeno paranormale, ma che normale lo è in ogni suo singolo aspetto.

L’unico approdo possibile è pertanto la rapida approvazione della “Cirinnà” che non è provvedimento così stravagante ed innovativo come lo si vuol fare intendere, tanto nel suo complesso normativo quanto per quel che concerne la “stepchild adoption” (l’adozione del figlio del convivente) prevista all’articolo 5 del testo che per il momento solo nei timori preventivi dei più scettici aprirebbe alla maternità surrogata.

Se davvero siamo uno stato di diritto nei fatti e non solo in teoria bisogna, in altri termini, “normare l’esistente”. Trattasi di ciò e non di altro.

Alimentare pregiudizi, coltivare e disseminare preclusioni non porta, per altro verso, ad alcuna conclusione, nell’uno o nell’altro senso.

Crea, di contro, un insopportabile clima di propaganda e paranoia che, senza che vi sia un qualche futuro pericolo, spinge una “piazza”, reale o virtuale che sia, a manifestare contro i diritti di qualcun altro.

Ma che brutta cosa.