QUI ITALIA – NON CI RESTA CHE…
Arresti domiciliari inaspettati e pesanti come un macigno, autorizzazione a procedere “democraticamente” negata nei confronti del Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, da una base pentastellata insospettabilmente folgorata sulla strada dell’immunità parlamentare.
Non sarà stata una giornata da terremoti politico- giudiziari, alla “mani pulite” maniera per intenderci, ma quella di ieri rischia di passare agli annali come una pagina certamente significativa della storia politica recente del Paese.
Al suo interno, i soliti protagonisti dello scenario nazionale odierno che, anche stavolta, fra alterne vicissitudini, si sono contesi il palcoscenico ed il primato.
Gli arresti domiciliari ai quali sono stati sottoposti, con l’accusa di bancarotta fraudolenta e false fatturazioni, i genitori di Matteo Renzi, Tiziano Renzi e la moglie Laura Bovoli, sono l’ennesimo colpo al “renzismo” o a quel poco che resta di un fenomeno che doveva essere, ma che poi non è stato.
Nell’attesa di attendere il corso delle indagini, l’evento è da registrare alla voce ultimo, duro colpo inferto alla figura, politica e non, dell’ex Sindaco di Firenze e Premier la cui popolarità, ad oggi, è sicuramente ai minimi storici sulla scorta di una parabola sempre più discendente ed inarrestabile.
Simbolo di una rottamazione generazionale solo apparente che doveva segnare l’incedere del panorama politico del futuro, Renzi è stato vittima di se stesso e di una innegabile presunzione che ha finito per farlo auto rottamare, molto più rapidamente del previsto ed ancor prima degli stessi avversari che avrebbe dovuto lui stesso rottamare.
Cosicchè, dopo aver “folgorato” gli italiani, o gran parte di essi, per conquistare il potere, subito dopo egli ha collezionato una serie interminabile di strafalcioni che nulla hanno prodotto, se non annientare il partito a cui apparteneva e compromettere, irrimediabilmente, un percorso politico che al momento non ha senso più definire tale.
Restano sugli scudi, invece, l’altro Matteo nazionale, supportato dai favori di un popolo, quello italico, che quasi per genetica deve evidentemente identificarsi in un leader a cui affidare le proprie sorti e, non si sa per quanto ancora, un Movimento Cinquestelle sempre più lontano da taluni principi fondativi.
Il caso Diciotti, ma più specificatamente la consultazione on line degli attivisti cinquestelle chiamati a pronunciarsi sull’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministero dell’Interno, hanno senza alcun dubbio costituito gli altri fatti salienti di un frangente che, anche da questo punto di vista, ha saputo regalare spunti interessanti e talvolta sconvolgenti.
La scelta della maggioranza degli utenti della “piattaforma Rousseau” di concedere, di fatto, l’immunità parlamentare al capo del Viminale, in attesa del voto nella Giunta del Senato, segna inconfutabilmente lo spartiacque fra il Movimento che c’era e quello che c’è e ci sarà.
Non è tempo di dare giudizi su quale veste sia la migliore; tuttavia, basterebbe rintracciare le parole di Di Maio rispetto a comportamenti pregressi di altre forze politiche su tematiche simili e confrontarle al voto odierno per comprendere quanto questo cambiamento sia sostanziale.
Il mutamento si innesca nella logica evoluzione da forza di opposizione, tenacemente legata ad alcuni capisaldi che ne hanno rappresentato persino l’essenza, a forza di Governo, come tale “costretta” a compromettersi nei giochi di Palazzo specie in un momento pre-elettorale in cui i consensi servono come il pane.
Solo il futuro potrà dire se si è trattato di scelta azzeccata o di orientamento destinato a far naufragare parte del consenso fin qui conquistato dai grillini.
Ad emergere, ad oggi, sono oggettive differenze fra quanto sostenuto quando si voleva “aprire il Parlamento come una scatola di tonno” e quanto sin qui portato avanti in sede di Governo, tanto più se confrontato alle non chiare posizioni su immigrazione, Tav, Tap, immunità, alleanze, esposizione mediatica e via discorrendo.
Fra attivisti che restano integerrimi a prescindere, fra sostenitori che tali non lo saranno più, nel mentre il confronto fra puristi e governativi è destinato a farsi certamente più intenso, il Movimento odierno si configura come estremamente diverso da quello degli albori.
In attesa di capire se questa metamorfosi potrà apportare addirittura benefici, la trasformazione può ritenersi comprensibile se governare significherà, di qui in avanti, fare irrimediabilmente i conti con talune sfaccettature, pur mantenendo dritta la barra su questioni di fondo da considerare comunque irrinunciabili.
Di contro, non sarà più accettabile, anche per gli attivisti più incalliti, se l’azione di Governo sarà orientata da meri calcoli di opportunità e si allontanerà, distaccandosi definitivamente, da alcuni elementi fondativi.
In questo senso, i numeri del voto in Abruzzo dovrebbero per lo meno accendere una spia.
Perché, se per giustificare il dietrofront sull’immunità può bastare la “democratica” espressione degli utenti sulla rete, per altre retromarce, anche più sostanziali, potrebbero non bastare alcuni equilibrismi dialettici che mal si conciliano con una forza realmente innovativa.
Specie se proprio per combattere quegli equilibrismi e non solo, quella stessa forza era stata addirittura costituita e come tale largamente condivisa.
Alle porte, infatti, ci sono sì le Europee, ma anche l’imperversare di una Lega che, dietro latenti contraddizioni, continua a mietere consensi anche a latitudini solo qualche tempo fa esplicitamente bistrattate.
L’alternativa è presto detta: un uomo solo al comando, con la felpa da scegliere in base al tema del giorno, la maglia interna verde ed a bordo di una ruspa non di una bicicletta.
