ROGER FEDERER – THE KING

La domenica sportiva appena trascorsa ha, senza alcun dubbio, le stimmate, griffate e leggendarie, di Roger Federer, trionfatore per la sesta volta all’Australian Open di Tennis e capace di conquistare, a 36 anni suonati, il ventesimo Slam di una carriera a dir poco intramontabile.

Se è vero che esistono sportivi in grado di “marchiare” un’epoca ben al di là della disciplina che interpretano, fra questi, King Roger, il più forte tennista di sempre, è più di ogni altro il simbolo di un’era che sa di mito e che come tale riempie, in maniera indelebile, le pagine di storia dello sport moderno.

Per neofiti ed appassionati del nobile esercizio tennistico, Federer è semplicemente il Tennis, colui che riesce a personificare l’essenza del gesto tecnico, l’eleganza del movimento, l’efficacia del colpo, la solidità mentale che stravince partite e trofei, l’ostinatezza che relega nelle retrovie avversari più giovani e rampanti.

Se Nadal è infatti il tripudio della potenza fisica, se il miglior Djokovic è stato, almeno per un periodo, il simbolo della ferocia agonistica applicata allo sport, terminati i superlativi da poter utilizzare per descriverlo, Roger Federer ha una sola etichetta che gli si può cucire addosso: l’onnipotenza tennistica.

Leggiadro come un ballerino di danza classica ed al contempo devastante, mix unico di classe cristallina e di potenza disarmante, divino dal punto di vista balistico quanto abile nel ritmo da applicare al corso di una partita, Federer è in altri termini un modello inimitabile, non solo tennisticamente parlando.

In questo contesto, il 20mo Major vinto rappresenta l’ennesimo pass verso un orizzonte senza confini che parte dalle corde di una racchetta, ma si proietta al di là, nel tempo (quindici anni di carriera a livelli galattici) e nello spazio (lo svizzero è sportivo apprezzato ed amato in ogni angolo del globo).

Tutte qualità evidentemente pregnanti, in un incedere fortunatamente interminabile e vincente che non conosce pause e soste; le stesse qualità emerse, inconfutabilmente, nell’ultimo match di finale, in quel di Melbourne, al cospetto di uno stoico Marin Ciric, lo sconfitto, per il quale, tuttavia, la citazione è d’obbligo.

Primo set senza storia, secondo e quarto con qualche pausa di troppo, terzo e quinto parziali vinti con la sagacia, la tranquillità e la disarmante esperienza dei grandissimi: su queste basi Federer ha costruito, in finale, l’ultimo trionfo.

Il trofeo sollevato alla Rod Laver Arena conferma, qualora ve ne fosse bisogno, l’universale dimensione che appartiene al tennista svizzero, un’autentica elite in cui a Federer spetta, di diritto, lo scettro dell’Olimpo, tanto se lo si mette in relazione con i grandi dello sport quanto se lo si confronta con gli altri grandi del tennis mondiale.

Roger è un gradino sopra perché è colui che “spazza” idealmente la sontuosità di Sampras dal giardino londinese di Wimbledon, che vince, con continuità disarmante, in un periodo storicamente ricco di talento (vedi Rafa, Novak e Murray) che annienta, nei più nostalgici, il ricordo di Borg, Connors e McEnroe.

Ma Federer è anche colui che racchiude il senso dei più grandi della storia dello sport; egli ha il talento immortale dei Maradona, dei Messi e dei Pelè, è cannibale quanto e forse più di Merckx, è carismatico quanto Muhammad Ali ed infine è colui che sa regalare emozioni, come nessuno in epoca moderna, dentro e fuori l’arena.

Egli, infine, è un grandissimo perché ha reazioni umane, quando comincia male la partita, quando ha violenti cali di tensione, quando si accende nei momenti di miglior tennis, quando si emoziona e quando piange in mondovisione (momento toccante quasi quanto le lacrime del Capitano, ma in questo caso sono di parte).

Roger è soprattutto quella sensazione di infinito che sa regalarti quando colpisce la palla con la racchetta con il gesto perfetto da manuale del tennis e con il suo leggendario “diritto liquido”, che ti rassicura quando ti rendi conto che in un mondo sempre più robotizzato lui è sempre lì, leggero, elegante, giusto, ideale, familiare, inossidabile al cambiamento ed al trascorrere del tempo.

Federer è un’epopea, una estasiante pagina di sport da tramandare alle future generazioni come le più consuete tradizioni di famiglia.

Un Re al quale concedere quel proscenio di immensità destinato a perdurare in eterno, nella speranza che smetta il più tardi possibile e che ci possano essere altre occasioni e pagine da scrivere, pur nella consapevolezza che sarà comunque difficile renderne il senso.