LA VITA AL TEMPO DI WHATSAPP

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Il rapporto fra l’uomo e la connettività, quello che ha come sfondo il variegato mondo dei social network, è sempre più critico e meritevole, pertanto, di essere analizzato.

Assodati gli imponenti numeri che hanno fatto registrare nell’ultimo decennio contenitori virtuali radicati quali Facebook e Twitter, la vera e propria icona di un panorama in continua espansione ha oggi le sembianze, stilizzate per quanto iper-utilizzate, di Whatsapp.

WhatsApp è infatti diventata un’applicazione molto influente in tutto il mondo; non ha solo superato gli altri servizi di messaggistica, ma ha inaugurato una nuova era in cui le relazioni sociali sono “mediate” dalla tecnologia. 

Nato come supporto per facilitare la comunicazione, sostituitosi via via ai sistemi tradizionali (i cari e vecchi sms), al termine di una scalata repentina e tuttora inarrestabile, Whatsapp è riuscito a divenire, in pochissimo tempo, strumento inseparabile della quotidianità di ciascuno.

Accattivante per la sua semplicità, fruibile per la sua praticità, l’app è quindi oggi la “piazza” più frequentata all’interno della quale nascono, si consolidano ed interagiscono i gruppi.

Proprio l’aver trasformato la comunicazione di gruppo in una tendenza pressoché irrinunciabile è il vero segreto che ha fatto di Whatsapp l’applicazione per eccellenza.

Tuttavia, se permettere di riallacciare i rapporti con parenti e amici lontani è il lato migliore dell’universo whatsappiano, di contro, il venir meno del contatto vis a vis, quello che da un senso profondo alle discussioni, lo stesso che scongiura gli fraintendimenti che un’applicazione telefonica si porta gioco forza dietro, è l’aspetto intrinsecamente più delicato e talvolta controverso.

Ne desume che se i vantaggi derivanti dall’utilizzo di Whatsapp sono principalmente connessi alla sua disarmante funzionalità (possono utilizzarlo praticamente tutti), i problemi sono conseguentemente legati al suo eccessivo utilizzo.

La comunicazione di gruppo quale tendenza corrente, quasi esclusiva, sposta infatti ogni discussione su un piano mai del tutto privato e finanche collettivo.

Ciò implica il dover maneggiare con cura la preoccupante corsa di tutti gli utenti verso una assoluta comunicazione multimediale, intesa come sostituzione della comunicazione mediante apparecchio elettronico, per la gran parte mediante smartphone,  al contatto diretto con gli altri.

In questa corsa irrefrenabile, Whatsapp altro non è che lo strumento più abusato dell’inossidabile connubio fra internet e cellulare, espressione attuale di un percorso evolutivo iniziato con il telegrafo e poi proseguito con il telefono e le sue eterogenee diramazioni.

La forza propulsiva di Whatsapp è che Whatsapp permette di comunicare da un capo all’altro del mondo, in tempo reale ed a costi bassissimi se non nulli.

Ne deriva un proliferare di gruppi che scandiscono l’incedere del tempo per ognuno di noi, in maniera intensa se non addirittura pervasiva.

Una degenerazione legata a due abitudini distorte che vanno sempre più prendendo corpo: utilizzare l’applicazione anche per comunicare con le persone con cui viviamo, lavoriamo o studiamo e smettere addirittura di vedere chiunque intorno perché si hanno gli occhi appiccicati allo schermo del telefono.

Accade così che la ricerca di persone con le quali ci si potrebbe ritrovare fisicamente per parlare faccia a faccia, magari davanti al classico caffè al bar,  viene spazzata via da una nuova necessità: stare connessi tutto il tempo.

Controllare continuamente le chat per sapere cosa ha scritto uno o ha risposto l’altro, è oramai abitudine al pari del dover fare colazione o pranzare; molto di più di leggere un giornale o di addormentarsi sulle pagine di un buon libro.

Fermo restando che la goliardia è auspicabile e per certi versi necessaria (ben venga quindi la chattata leggera), il comun denominatore è che qualsiasi sia il tenore della discussione, al di là si tratti di schermaglie scherzose o di dibattito serio, dentro le persone sorge e si alimenta l’obbligatorietà a prenderne comunque parte, a non perdere neanche un messaggio.

Proprio questo bisogno di sfrenata partecipazione determina il limite fra l’uso consentito e quello decisamente smisurato di queste tecnologie.

Una morbosa eccessività che ha delle  conseguenze nello studio, nel lavoro e/o nei rapporti interpersonali.

In particolare, alcune persone finiscono per usare WhatsApp per alleviare o mascherare un malessere emotivo, come ad esempio la solitudine, la noia, l’ira, l’ansia o la timidezza.

Altre ancora, finiscono per non poterne fare a meno e lo sostituiscono al lavoro, alla passeggiata, alla visione della tv, al tempo da dedicare ai propri svaghi, a quello da riservare ai propri figli o più semplicemente alle faccende domestiche.

Da queste considerazioni emerge il confine da non travalicare che, in assenza di parametri oggettivi, si fonda su un assunto solo apparentemente scontato: le tecnologie servono ad avere un vantaggio, non per abusarne.

Si tratta di cambiamenti incontrastabili che l’essere umano deve mettere al proprio servizio invece di trasformarle in una nuova fonte di schiavitù.

Per questo motivo, bisogna cercare di farne un uso razionale e non trasformarle in un feticismo, un tabù o un’ossessione.

Se l’uso di WhatsApp causa problemi, impone di cambiare alcune abitudini di vita per stare connessi il maggior tempo possibile, spinge a trascurare l’attività fisica e lo sport, porta ad accusare problemi legati all’uso del cellulare o di altri apparecchi (stanchezza agli occhi, male al collo, ecc.), induce a prestare  più attenzione ai contatti WhatsApp che alle persone che si hanno intorno, rende pigri nei confronti dei doveri nello studio o sul lavoro, è tempo di far scattare al proprio interno un significativo campanello d’allarme.

Si tratta della classica lampadina utile a modificare abitudini malsane, pur continuando ad usufruire del lato più benefico che l’app riesce a racchiudere.

Alcuni accorgimenti sono in tal senso propizi.

Il sospetto di fare un uso di WhatsApp che va al di là del semplice interesse o bisogno induce a farli propri per non essere coinvolti in un’autentica dittatura (a ben vedere ci siamo già dentro) che può avere conseguenze ben peggiori.

Non iniziare la giornata entrando su WhatsApp sarebbe in tal senso un bel passo in avanti, così come lo sarebbe modificare le  abitudini di connessione (mai stessa ora e stesso posto), programmare una sveglia per capire quando è ora di mettere da parte il telefono, cercare un hobby piacevole da coltivare in alternativa, chiamare gli amici e ritrovarsi di persona con loro.

Spegnere il telefono è ovviamente l’ingrediente necessario per condire queste occasioni; occasioni di vita normale al tempo di Whatsapp.