IL “TEATRINO DEL CARTELLINO” di “ROBIN HOOD RENZIE”

RENZIE

Licenziare “entro 48 ore” i dipendenti pubblici che passano il badge, ma poi si assentano dal lavoro.

La proposta che il Governo dovrebbe discutere nel Consiglio dei Ministri odierno pone l’accento sul licenziamento dei cosiddetti “furbetti del cartellino” che, nelle intenzioni dell’Esecutivo, subirà una virata decisiva verso il rigore e la “tolleranza zero”.

In attesa di analizzare il provvedimento nella sua stesura definitiva, un primo giudizio lascia aperte due ipotesi interpretative: la prima guarda all’essenza dell’intervento che non fa una piega dal punto di vista sostanziale: punire coloro che truffano, di fatto, lo stato ed i cittadini è infatti cosa sacrosanta.

La seconda interpretazione, decisamente più scettica, guarda invece alla portata dell’operazione, con l’annuncio che si presenta più come il classico slogan a fini elettorali in vista delle prossime elezioni amministrative, che come una reale intenzione di risolvere il problema (un po’ come il voler mostrare i muscoli (?), proprio ora, a Juncker  ed alle istituzioni europee).

A scanso di equivoci, chi come il sottoscritto lavora quotidianamente nella pubblica amministrazione, non può che dirsi favorevole all’attuazione di una ferrea disciplina; oltre che delimitare l’ambito di quelli che non compiono il proprio dovere (una minoranza), ciò rende merito a quei dipendenti pubblici (la stragrande maggioranza) che svolgono il proprio lavoro con irreprensibile spirito di abnegazione e dedizione.

Un approccio severo serve quindi a fare chiarezza, a delineare i contorni di un fenomeno apparentemente gigantesco, ma in realtà circoscritto.

Contribuisce, inoltre, ad “isolare” i protagonisti di deprecabili episodi quali, ad esempio, quelli di Sanremo e del museo di Arti popolari della Capitale.

Tuttavia, se l’imposizione della “stretta” non lascia spazio a dubbi di sorta, la ratio e l’applicabilità delle nuove disposizioni fanno sorgere molti interrogativi.

Le norme sul licenziamento dei lavoratori che violano le regole esistono già; perché il governo, piuttosto che metterne a punto altre, non spiega il perché non funzionano?

Il rischio così facendo è che si sfoci nella propaganda, che si inventi una campagna che faccia sembrare che i 3 milioni di lavoratori del pubblico impiego siano tutti nulla facenti. Così si fa del male e sicuramente non si centra l’obiettivo.

Se davvero la discussione si inserisse in un processo di efficientamento della macchina amministrativa nonchè di moralizzazione diffusa, ci sarebbe solo da alzarsi in piedi ed applaudire.

Se tuttavia questo non avviene, il provvedimento rischia di essere il classico “brodino”, buono per soddisfare il non fine palato di quella parte di opinione pubblica interessata al “luogo comune” più che al merito delle questioni, ma destinato a produrre poco o nulla sul piano degli effetti reali.

Incentivare il licenziamento dei dipendenti pubblici che timbrano e non lavorano, già sancito dalla normativa vigente in materia, avrebbe i suoi maggiori effetti se, di contro, si riuscisse finalmente a premiare il merito, se la gestione del pubblico fosse orientata da ottiche aziendali più che da dinamiche di palazzo, se i contratti dei dipendenti pubblici fossero finalmente adeguati dopo anni di stallo, se la stessa stretta venisse operata anche sulle società a partecipazione pubblica.

O ancora, e di certo non per ultimo, se la politica ai più alti livelli non consentisse di concentrare nella mani di pochi, gli incarichi o doppi incarichi che valgono, in soldoni, l’equivalente del costo di migliaia di pubblici dipendenti.

In altri termini, il tutto ha un senso effettivo se si inserisce in una complessiva ipotesi di riforma strutturale della pubblica amministrazione.

Se invece il “pugno duro” serve solo a foraggiare la platea del “qualunquismo”, a demonizzare i sindacati per accaparrarsi voti di qua e di là, viene meno il senso della sua urgenza, della sua improvvisa attualità, atteso che norme di deterrenza su taluni comportamenti sono già presenti.

Essere rigidi con i dipendenti pubblici può, ad esempio, conciliarsi con una riconsiderazione, altrettanto decisa, di una categoria che gode di privilegi ben più remunerati, i politici; intervenire sui parlamentari assenteisti, tagliarne, senza se e senza ma, il numero ed i benefici può essere, in tal senso, il contraltare di un cambiamento davvero credibile.

Così come può esserlo, consentire l’approdo verso l’agognata pensione a persone che da quaranta anni svolgono il proprio lavoro e contrapporla a quella di coloro che godono di vitalizi in quanto onorevoli e/o consiglieri per uno scorcio di legislatura.

Ed ancora, se si volesse davvero fare sul serio, si potrebbe poi dare una decisiva riordinata al sistema degli appalti e delle consulenze della PA, garantire sistemi di effettiva rotazione, non lasciare spazio alla discrezione dei “governanti di turno”.

In altre parole, si tratta di implementare una necessaria riorganizzazione del sistema paese, nell’ambito della quale il pubblico non è diverso dal privato, ma si interseca inevitabilmente in quanto espressione di una nazione atavicamente attraversata da storture, delle quali i dipendenti pubblici assenteisti rappresentano componente comunque esigua e residuale.

Auspicabile, in tal senso, è una spallata finalmente decisiva all’evasione ad esempio, il portare a termine la legge anticorruzione che giace nelle segrete stanze da tempo immemore, il “de-marchionizzare” l’imprenditoria italiana, il colpire i falsi percettori di indennità non dovute e/o coloro che godono indebitamente di contributi comunitari o anche chi esporta capitali in “paradisi” dai regimi fiscali oltremodo vantaggiosi, il colpire il malaffare in ogni sua forma.

Servirebbe affrontare, uno per uno, i mali endemici dell’Italia, far emergere il quadro di un Paese squarciato da scandali in lungo e in largo e nei settori, pubblici e privati, più disparati, e rendersi conto, al contempo, che il problema dei “dipendenti truffaldini” è una deformazione incomprensibile, che va combattuta, ma comunque ben delimitata e quasi fisiologica.

Motivo per cui, “serrare le fila” sulle presenze dei dipendenti può e deve essere una questione, ma non può ergersi a “questione delle questioni”. Ce ne sono altre ben più urgenti da affrontare, sempre che si voglia farlo.

A che il Presidente del Consiglio non si lasci (?) prendere dalla “sindrome dell’annuncite”, gioverà pertanto ribadirgli che la pena per chi lavora nella PA e fa il furbo è già prevista; va solo messa in atto con risparmio di energie, risorse e polemiche, ulteriori oltre che strumentali.

Se ciò non bastasse, qualcuno potrebbe sussurragli che esiste il legittimo diritto di difesa tale da non consentire un licenziamento così repentino (per fortuna), che i contratti pubblici sono fermi al palo da sei anni, che la Consulta ha dichiarato illegittimo il blocco ben oltre la misera “mancia” programmata in sede governativa e che, infine, la per la stragrande maggioranza, i “pubblici” sono lavoratori encomiabili che in situazioni spesso drammatiche, per carenza di mezzi e organici (anche a causa di “tagli” governativi crescenti), mandano avanti la macchina tra mille difficoltà create dalla stessa classe politica che li attacca.

Sarà quindi il caso di volgere lo sguardo ai reali problemi del Paese stabilendo le effettive priorità?

Oppure, nel nome del “fare” (?), alla fine si farà poco o nulla perché si cambi davvero?