LA LEGA SBARCA AL SUD PER UN PUGNO DI VOTI

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Il 2 luglio 2015 passerà alla storia come il giorno della “discesa” al sud del Segretario della Lega Nord, Matteo Salvini.

Credo si tratti della prima visita “istituzionale” di un leader del Carroccio (eccezion fatta per Tosi)  e quindi da appuntare alla voce “grandi eventi”, memori degli aneliti antimeridionalisti, addirittura secessionisti, che hanno accompagnato il movimento padano, dagli albori fino all’ascesa politica verso “Roma ladrona”.

Si trattasse di una visita realmente orientata ad affrontare il problema “immigrazione”, ad evidenziare le criticità gestionali calabresi (Cara di Isola C.R., Centro S.Anna e stazione di Crotone per citarne alcune), questa sarebbe l’occasione propizia per perdonare al buon Matteo alcune battaglie pregiudizievoli verso il sud ed i propri abitanti.

Campagne frutto di infondati preconcetti appunto e di strumentali luoghi comuni cavalcati a fini strettamente elettorali e nulla più.

Peccato che anche stavolta, però, l’insospettabile feeling fra la Lega e quel meridione tanto vituperato, sia solo frutto di un mero calcolo elettoralistico, di slogan volti ad accaparrarsi consensi in una zona geografica non proprio fertile, ma nella quale (pensa te) qualche migliaia di voti la si potrebbe anche raccattare toccando le “corde giuste”.

Se il tutto fosse frutto di una reale conversione politica di Salvini e company, “scordatici il passato” e messi da parte i modi burberi di Borghezio ed affini, anche noi meridionali potremmo, forse dovremmo, prestare attenzione al progetto salviniano.

Potremmo discutere, ad esempio, di un malaffare che non è solo meridionale, ma italico (al Nord è solo più borghese e meno pigliatutto), di una corruzione che imperversa anche al Nord-Italia e non è nascosta dalla proverbiale nebbia padana (gli scandali sanitari, lombardi e non solo, lo dimostrano) o anche di quella ‘ndrangheta che è triste realtà con la quale si convive, al di là degli Appennini oggi più che al sud.

Una chiacchierata la si potrebbe inoltre dedicare agli “stretti” legami fra alcuni meridionali e talune amministrazioni locali del Nord o anche argomentare, finalmente, del gap infrastrutturale (in)consapevolmente creato fra Settentrione e Mezzogiorno.

Magari ci si accorgerebbe anche, che etichette, gratuitamente attribuite al meridione, non sono per nulla veritiere o che l’Unità d’Italia, tanto esaltata da quella storia che ci è stata narrata, ha penalizzato oltremodo il Sud ed avvantaggiato fin troppo il Nord.

O ancora, si potrebbe comunemente concludere che quella di destinare ad altre latitudini (vedasi questione “quote latte”) parte dei fondi strutturali destinati alla Calabria ed alle altre Regioni vicine, non è stata poi una gran bella operazione.

I condizionali, tuttavia, testimoniano come il dibattito è difficile anche solo da impostare; in alcuni casi è complicato e complesso, in tutti non è sicuramente appagante e redditizio, dal punto di vista elettorale, per l’interlocutore a ciò più interessato.

Almeno non quanto la campagna, anch’essa preventiva, che ha quali destinatari gli immigrati.

Accade così che quelli che ieri erano campani, calabresi, pugliesi, lucani o siciliani, emigrati alla ricerca del classico “tozzo di pane”, oggi si siano solo trasformati nelle sembianze e nella razza, tutto al più nel colore della pelle.

Sono siriani, afghani, libici, nigeriani o eritrei, ma la prospettiva è sempre la stessa: creare una spinta emotiva che spinga ad impaurirsi del “falso problema” (questi immigrati sono da espellere) senza tuttavia affrontare il “vero problema” (integrazione vera e solidale).

Ieri il fenomeno era l’emigrazione, oggi è l’immigrazione; l’importante è che si tratti di argomenti facilmente “impressionanti” e più facili da cavalcare. Il resto non conta.

In questo autentico marasma, ci scappano pure alcune considerazioni che, se non testuali, puzzerebbero di “pesce d’aprile”: “sono soldi che io spenderei per aiutare i calabresi in difficoltà“ e “qui per salvare la Calabria che ha dei record di disoccupazione giovanile e femminile”.

Ma come, non eravamo solamente la Regione dei forestali e degli sprechi?

E soprattutto, perché ci si accorge solo adesso di alcune criticità calabre che solo ieri, evidentemente, faceva comodo sbandierare (lei era lì con gli altri a farlo) in maniera strumentale e speculativa, in nome di un becero “federalismo” da facciata nelle rimpatriate di Pontida?

Mi si permetta di non credere a questa redenzione verso la Calabria ed i suoi problemi.

Meravigliato dai pochi (per fortuna) calabresi che stanno con Salvini, io sono sicuro di doverne restare sempre lontano.

In fondo, lo stesso leader dovrebbe sapere (magari starà studiando la specie) che, i terroni non dimenticano.