IL CIELO BLAUGRANA SOPRA BERLINO
La recente finale di Champions League Barcellona-Juventus è partita da consegnare alla storia di questo sport, come quasi sempre accade quando si gioca l’atto conclusivo della competizione calcistica più prestigiosa a livello di club.
Per questo il commento del “giorno dopo” non può muoversi sul piano degli sfotto’, ma di una obiettiva analisi calcistica in linea con il prestigio del proscenio.
Senza infierire verso gli amici juventini che devono essere comunque soddisfatti della stagione dei propri beniamini e non meravigliarsi delle reazioni di giubilo dei tifosi delle altre italiane (in questi casi una sana autocritica non guasta), Berlino ci consegna per l’ennesima volta un Barcellona da leggenda, una squadra di altro livello.
Il successo confuta una realtà evidente: l’ultimo decennio di football europeo e mondiale non può che riconoscersi sotto l’incontrastabile dominio dei colori blaugrana.
Devastanti i numeri di questo periodo dorato condito di successi: 4 Champions League (2005/2006, 2008/2009, 2010/2011, 2014/2015), 7 Liga (2004/2005, 2005/2006, 2008/2009, 2009/2010, 2010/2011, 2012/2013, 2014/2015), 2 Coppe del Mondo per club (2009 e 2011), 3 Coppa del Re (2008/2009, 2011/2012 e 2014/2015) 6 Supercoppa nazionali (2005, 2006, 2009, 2010, 2011 e 2013) e 2 europee (2009 e 2011).
Una epopea vincente resa ancor più maestosa dall’essersi dovuti contrapporre, a livello nazionale, ai Galacticos del Real Madrid (non è roba da poco) e dall’aver saputo instaurare, sulla scia di un movimento spagnolo in continua crescita, una cultura calcistica fatta di esteticità ed efficacia, di settore giovanile e metodo, di operatività sul mercato e valorizzazione, senza pari, dei talenti indigeni.
Se è vero che vincere è importante, quasi essenziale, per una società blasonata quale quella catalana, ancor più intrigante è guardare al “come” il Barcellona dell’ultimo decennio abbia vinto: incastonandosi nella storia calcistica di tutti i tempi.
Il Barca che trionfa, infatti, è la pragmaticità di Rikjaard prima, il rivoluzionario “Tiki Taka” del Pep dopo, il “Trabajo y sudor” di Luis Enrique ora.
Ma è anzitutto un’identità da coltivare dai primi mesi della cantera fino a quando se ne esce Xavi o Iniesta, Piquet o Puyol, Busquets o Pedro.
Spaventoso, calcisticamente parlando, risulta poi lo scorrere delle rose del Barca degli ultimi dieci anni.
In quella odierna, come nelle altre più recenti, brilla la stella di Lionel Messi, il più grande di tutti i tempi o perlomeno l’unico paragonabile al più grande di tutti i tempi (Maradona per intenderci).
Ma questa, è anche la squadra di Xavi e di Iniesta, due che puoi citarli più volte senza correre il rischio di apparire ripetitivo per quanto sono da considerare nell’elite dei centrocampisti fra i più forti di sempre.
E poi, fermo restando i notevoli prodotti del vivaio già detti, questa è anche la squadra che ha visto esibirsi alcuni talenti calcistici fra i più puri dell’era moderna.
Se l’altro ieri era Ronaldo (non partecipe a questo ciclo vincente ma degnissimo di essere menzionato) ieri era Ronaldinho e Ibra, Eto’o ed Henry, Yayà Tourè e Abidal, giusto per citarne alcuni.
Ed oggi è Dani Alves e Rakitic, Jordi Alba e Mascherano senza contare i tanti “canterani” che c’è da starne certi emergeranno in attesa che si sblocchi il mercato estero e si compri un Pogba per esempio.
Intanto, questo Barcellona è anche e soprattutto Suarez e Neymar, attaccanti letali che con la Pulce formano un tridente tutto goal e qualità, destinato a sconquassare le medie realizzative della storia del calcio ad ogni latitudine.
Ma è soprattutto l’idea che questa Champions rappresenti solo una tappa intermedia, in un ciclo di vittorie che si autoalimenta negli anni ed appare inarrestabile.
Un’idea frutto di un’invidiabile concezione del calcio, fondata sul possesso palla più che sulla ripartenza, sulla tecnica più che sulla corsa, sulla proposizione più che sulla speculazione.
Quella stessa idea che mi fa esclamare che un Piquet in Italia potrebbe tranquillamente giocare a centrocampo o che un der Stegen, con quei piedi che si ritrova, potrebbe essere egregiamente impiegato da difensore e non da portiere.
Quell’idea per cui un Rakitic fa il mediano mentre un Vidal che vale dieci volte meno è ritenuto (secondo me a torto) un fuoriclasse della squadra italiana più forte.
Quell’idea che un giorno Federico Buffa saprà e vorrà raccontare nelle storie che solo lui sa tramandare nella leggenda e che io oggi, molto più semplicemente, intendo omaggiare con il più classico: Il cielo è blaugrana sopra Berlino…
