È ORA DI SCRIVERE

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Da molti giorni sono alla ricerca dell’ispirazione e dell’argomento giusti per  un pezzo da ergere a “ruggito”. L’assenza dalle scene, l’ultima linkata risale allo scorso 11 aprile, non è comunque dovuta a mancanza di argomenti: tutt’altro.

Guardandosi attorno, infatti, di tematiche da trattare ce ne sarebbero ed anche in quantità industriale; la causa esclusiva del mio “silenzio” è pertanto da ricercare fra i miei fittissimi e prolungati impegni di lavoro.

Le impellenti scadenze normative che interessano in questo periodo gli enti locali (mi tralascio di menzionarle per non apparire noioso) impongono infatti sforzi che vanno ben al di là del normale orario di lavoro; per questo, ritagliarsi i momenti di concentrazione che questo spazio virtuale merita risulta difficile, se non proibitivo.

Di idee e temi, addirittura di bozze, confesso, come già detto, di averne prodotto abbastanza: tutte sono rimasti tali e per vari motivi non hanno raggiunto il finale sperato.

Uno per la verità mi sovviene al momento ed è legato proprio al lavoro che svolgo nella pubblica amministrazione; anzi, alla concezione che il “sentire comune” attribuisce al lavoro dei dipendenti pubblici, e quindi al mio.

Ogni sera che ritorno a casa, esausto e quasi stremato, mi chiedo: ma come fanno a dire che nella pubblica amministrazione si lavora poco o per niente?

Ho anche lavorato in alcuni contesti aziendali privati probandi e altamente competitivi (mi si cronometrava addirittura la pausa), ma mai con tale intensità e per un periodo così prolungato.

Il segno evidente che molto spesso i luoghi comuni esistono solo per essere smentiti: chi ha voglia di lavorare, nel “pubblico” lavora ed anche tanto.

Magari i carichi saranno anche distribuiti male (c’è chi fa troppo e chi troppo poco), ma nulla è diverso rispetto alle aziende, dove esistono, anche lì, i lavoratori diligenti e quelli tendono a nascondersi dietro le fatiche altrui.

Ad un altro settore pubblico vitale per le sorti del Belpaese, la scuola, rivolgo poi il mio pensiero.

Io che docente precario lo sono stato, anche se per poco, sono al fianco dei docenti e del personale scolastico che ieri ha fatto sentire la propria voce nell’ambito di una protesta che non ricordo, a memoria, mai così massiccia (si parla dell’80% di adesioni).

Le aule vuote, i prof ed il personale in piazza ci dicono due cose: 1) questa scuola non va e tutti, chi ci lavora per primo, la vogliono cambiare; 2) questa idea di “buona scuola” partorita da un Governo sempre più padronale non va nella direzione di quel cambiamento.

Se ne faccia una ragione il premier ed il segretario di quello che è, o meglio era o doveva essere, il partito Democratico. Sarà mica ora di concertare e dialogare, con le parti sociali per una seria riforma del lavoro, con il Parlamento per la riforma elettorale, con chi la scuola la vive tutti i giorni, per una serie rivisitazione del complessivo sistema della formazione?

So che questa mia domanda ed i relativi auspici resteranno inascoltati: il procedere renziano va nella direzione del fare, più del “come fare” per farlo bene. Ovviamente dissento profondamente da tale “modus operandi”.

In ultimo, un mio doveroso omaggio va al 4 maggio scorso, giorno tradizionalmente dedicato al ricordo del grande Torino ed alla tragedia di Superga (quest’anno ne ricorreva il 66esimo anniversario). Ammetto che non conoscevo molti dettagli di quella squadra e di quella tragedia. Sono tuttavia contento di averli “fatti miei” nel modo migliore, attraverso il racconto entusiasmante e quasi commovente del giornalista italiano, Federico Buffa, capace di raccontare, come nessuno, certe storie e di farle riviverle come attuali e struggenti.

Con l’impronta di questa inattesa emozione si chiude questo mio “pezzo”: è ora di ritornare a lavoro, ma prima era davvero tempo di ritornare a scrivere…