SAVELLI, UN PAESE DI CULTURA
Un articolo, apparso di recente, sul blog “Savelli2016” esprime una serie di considerazioni sullo stato odierno della cultura savellese.
Vale la pena passare in rassegna le medesime considerazioni, al fine di prenderne spunto ed esplicitare i contorni di un comune percorso, orientato, eventualmente, a ridefinire i tratti, culturali e non solo, di un contesto nel quale, creare presidi, seppur minimi, rappresenta unica alternativa possibile ad una estinzione praticamente certa e, per molti versi, già in atto.
Colgo anzitutto l’occasione per ringraziare Antonio Tallarico, amministratore del predetto blog, che annovera il sottoscritto e questo spazio virtuale fra quei contenitori che, nello smisurato universo del web, cercano di preservare, seppur modestamente, elementi di savellesità autentici e, come tali, degni di essere comunque alimentati.
Ho avuto modo di confrontarmi spesso con Antonio.
A dire il vero, da posizioni contrastanti e non convergenti, ci siamo, anche dialetticamente scontrati, seppur con reciproco rispetto, su tematiche di vario genere che avevano, tuttavia, quale unico sfondo quello di accostarsi con spirito critico su tutto ciò che era Savelli ed il proprio territorio.
Per tale motivazione di fondo, da prospettive diverse, abbiamo anche intrapreso strade comuni, prime fra tutti quella connessa all’esaltazione del concetto di acqua pubblica ed alla necessaria previsione, poi peraltro confluita in tanto di azione istituzionale, di un monitoraggio ambientale del territorio nostrano.
Proprio perché le considerazioni provengono quindi da quella parte, mi sento di poter certamente affermare che, pur non conoscendo ancora i contenuti specifici di iniziative future da porre in essere, rispetto alle quali la disponibilità appare, in ogni caso, obbligata e piacevolmente doverosa, anche stavolta sono puramente in linea con le considerazioni di cui sopra.
Analizzandone, nello specifico, il contenuto, lo condivido a tal punto, da volerne rimarcare la valenza, seppur aggiungendo qualche spunto, del tutto soggettivo, che va tuttavia evidenziato per rendere, a mio avviso, l’approccio ancor più costruttivo.
Condivisibile è prima di tutto il ruolo preminente che si intende attribuire alla cultura quale leva da azionare per garantire una reale ipotesi di crescita e tenere accesa l’ultima fiammella di speranza in ottica futura.
Quella stessa cultura che non può prescindere dal concetto di identità.
Ed è proprio su questo aspetto che la situazione attuale, inevitabile conseguenza di decenni di pigrizia, istituzionale e non, si presenta piuttosto lacunosa.
Identità infatti non è un termine che ben si declina alla Savelli attuale né alla Savelli di sempre.
Nel riproporre la teoria di un amico che un giorno me la suggerì quasi goliardicamente, ma che poggia invece su basi solide, il nostro è un paese giovane, nato dalla quasi forzata riunione di popolazioni eterogenee, mai completamente riunitesi sotto un comune senso di appartenenza.
In quanto tale, Savelli non ha mai dato prova di coesione e brillantezza in termini di solidarietà e mutualismo condiviso, né di costruttivismo imperniato su basi ben radicate e destinate a restare tali nel tempo.
Questa situazione intrinseca ha certamente frenato lo sviluppo di meccanismi identitari profondi, in tutti gli ambiti, sociale, gastronomico, produttivo e più complessivamente culturale.
Una evenienza resa ancora più evidente in chiave moderna allorché solo fondamenta realmente granitiche avrebbero potuto rappresentare approdi sicuri e stabili da cui poter ripartire senza subire oltremodo il desolante fenomeno dello spopolamento.
Tuttavia, anche in quello che è uno stato di cose strutturalmente deficitario, prodigarsi per “salvare il salvabile” resta l’unico sbocco possibile per riscattare un passato in cui questa mancanza oggettiva si è rivelata fatale.
Senza bisogno di addentrarsi nello specifico della (non) gestione del polo bibliotecario e museale savellese, quindi, sulle cui criticità c’è da fornire tuttavia riscontro oggettivamente in linea con una situazione da ascrivere alla voce “non pervenuta”, la partita identitaria può e deve giocarsi, per di più su un fronte decisamente ampio.
Per conseguire qualche obiettivo non si chiede di diventare, tutto d’un tratto, capitale della cultura, ma almeno di cercare di valorizzare, con una politica di piccoli passi, quanto esiste ed è degno di essere custodito e tramandato.
Rientra, appunto, in questo ambito, quanto puntualmente menzionato da Antonio: gli scritti del “sommo poeta” Greco (Francesco) o dei Gualtieri (Fernando, Mario Francesco), il recupero dei volumi dedicati alla storia ed alle tradizioni paesane, pubblicati da Pericle e Giovambattista Maone, le derivazioni letterarie, più recenti, di Don Pietro Pontieri, Gino Gentile e Tommaso Fazio o i lavori, redatti al di fuori dei confini regionali da Franca Checchina Levato o Piero Tallarico (per citarne solo alcuni).
Rientra, per l’appunto, il senso e l’anima di una collettività intera, chiamata ad appellarsi al proprio patrimonio valoriale per non perdere un’essenza che va comunque preservata se non altro in chiave nostalgica.
E si inseriscono, inoltre, tutti quei discorsi che ne rappresentano l’esplicitazione più quotidiana ed operativa: l’istituzionalizzazione, ad esempio, non solo legata all’entusiasmo contingente, di un riconoscimento che onori i tanti savellesi capaci di districarsi, lodevolmente, nei rispettivi ambiti di azione in giro per l’Italia e per il Mondo o, ancora, il senso di giornate della memoria che mirino a diventare appuntamenti a sfondo culturale con protagonisti del recente passato che non ci sono più, ma la cui opera va raccontata alle nuove generazioni.
Rientra, in ultimo, ma non per importanza, il recupero di un legame che, basandosi su un avvenimento triste quale quello dell’emigrazione, sia orientato al ripristino di rapporti proficui con tutti gli emigrati sparsi per il mondo, con la comunità savellese in Argentina o anche con la numerosa colonia paesana presente a Torino e/o nel Nord Italia, giusto per citarne alcune a titolo esemplificativo.
Ci sarebbe, in altri termini, da indirizzarsi lungo le sapienti direttrici fornite da Antonio: aggregare, fare/distribuire conoscenza per dare risposte, fornire prospettive a chi resta ma anche a chi torna; immaginare soluzioni “con l’obiettivo di responsabilizzare i i cittadini di buona volontà, residenti e non, e fare di questi ultimi i custodi appassionati delle memorie, delle identità, dei rapporti secolari che hanno investito l’orizzonte paesano e i suoi abitanti”.
Ci sarebbe da trasformare, in definitiva, il paese, o quel che ne resta, in quello che non è mai stato, ma in quello che si dovrà sforzare di poter diventare per continuare ad essere.
Lungo questo solco, noi ci saremo, con lo spirito di sempre, guidati dal desiderio di costruire un qualcosa che vale la pena di essere immaginato.
