IL PONTE STRETTO
Sono decenni che sento parlare di Mezzogiorno, di rifacimento della “ SA-RC” (qualcosa si è mosso ma a ritmi biblici), di Sud quale volano di crescita per l’Italia intera, di sviluppo economico e turistico per sottrarre spazio alla ‘ndrangheta che soffoca, da sempre, le sorti di questa Regione.
Tematiche nobili per carità, che hanno animato convegni e workshop, analisi e dibattiti istituzionali (pochi) ed elettorali (troppi), ma che si scontrano tuttavia con la realtà dei fatti.
Accade così che miliardi di euro di risorse comunitarie (fondi strutturali) siano non spesi o spesi male, che nessuna reale ipotesi di sviluppo si intravveda all’orizzonte, che offerte turistiche di Regioni vicine (Puglia, Sicilia e perfino Basilicata) risultino già treni in corsa sui quali non poter più salire.
Frutto di un meridionalismo in parte indotto dai tempi dell’Unità d’Italia, in parte procurato dagli stessi calabresi e dai propri governanti (facce della stessa medaglia) e da un lassismo che non accenna a rallentare la sua corsa, le ragioni che hanno portato alla sostanziale depauperazione di un patrimonio inestimabile sono complesse da analizzare esaustivamente.
Occorrerebbero righe e righe di analisi socio-politiche, di individuazione di responsabilità condivise ed oltremodo diffuse, di rassegne storiche anche talvolta revisionistiche.
Lungi da me fare processi; sarebbe troppo lungo, dispendioso e non contribuirebbe alla risoluzione della questione.
Il mio sguardo va quindi alla più stretta attualità.
L’oggi però non è molto diverso dal passato; anzi, se possibile, è addirittura peggio.
Se, infatti, nel frattempo la ‘ndrangheta l’abbiamo esportata ed anche bene, tanto da farla diventare “sport” nazionale più praticato al Nord-Italia che altrove, la Calabria che si presenta alla vigilia della prossima stagione estiva è quella solita.
Il simbolo del disagio, nel caso di specie, ha le sembianze e le stimmate del Viadotto Italia, il ponte crollato il 3 marzo scorso, trascinando con sé un mezzo di cantiere sul quale era presente un operaio di origine romena, Adrian Miholca, morto sul colpo dopo essere precipitato per circa 80 metri.
Preso atto dell’ennesima morte sul lavoro che in Italia non fa più notizia, tanto più se a morire è un povero e malcapitato rumeno, tutto si potrebbe archiviare con la risaputa “fatiscenza infrastrutturale” che regna a queste latitudini se solo, tra gli svincoli di Laino Borgo (Cs) e Mormanno (CS), il traffico fosse ritornato regolarmente a scorrere.
Ed invece, a 100 giorni (e più) dall’accaduto, fra un percorso alternativo e l’altro, l’emergenza di una Regione isolata dal resto della penisola incombe imperterrita sul consueto ritorno degli emigranti, calabresi e siciliani, e sui temerari turisti che, seppur non con i numeri che questi luoghi meritano, sceglieranno di trascorrere le loro vacanze estive da queste parti.
Viene da chiedersi: fosse stato un passante del nord, una tangenziale lombarda, un tratto autostradale emiliano ci sarebbe stata la stessa (non) reazione?
E Del Rio, Ministro del Governo del “fare” (?) sarebbe corso in aiuto, con mezzi ed uomini, per risolvere la questione in un baleno?
O anche in quel caso, per richiedere la sua attenzione sarebbe servito un appello politico, come quello dei deputati calabresi di Ncd che minacciano di lasciare la maggioranza se non si dovesse risolvere il tutto al più presto?
Lascio ai lettori la risposta ai quesiti.
Per il momento prendo atto che, alla vigilia dei mesi che dovrebbero esaltare, ancor di più, le bellezze di una terra splendida, questa terra se la possano godere solo chi ha la fortuna di abitarla e, a fatica, quelli che fanno tradizionalmente ritorno verso le proprie origini solo perchè spinti da un’ostinazione che va oltre le oggettive difficoltà di sempre.
Vorrà dire che, anche nel futuro prossimo, continueremo a parlare di quello che la Calabria poteva essere, non è stata e forse mai sarà.
Vittima, stavolta, del “ponte stretto” più che del Ponte sullo Stretto.
